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April 22
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http://www.sgi.cr/firmas/index.html January 08 Segunda Sessione: La luce della fede nel mondo della depressione 5. Dialogo interreligioso: il senso della depressione e del malessere considerato nella visuale delle religioni5.4. La visuale buddista Introduzione
È un grande onore essere stato invitato a parlare del problema della
depressione dal punto di vista del Buddismo in questo importante
incontro internazionale. Secondo un rapporto dell’Organizzazione
Mondiale della Salute (OMS), nel 2001 il 3% della popolazione mondiale
soffriva di depressione. La depressione rappresenta una delle malattie
più minacciose per la salute pubblica del 21° secolo, oltre al cancro e
all’AIDS. Benché io provenga da un Paese in cui i Buddisti
rappresentano la maggioranza, non sono di fede buddista. Quando mi è
stato chiesto di parlare su “Il Significato della depressione e del
malessere dal punto di vista del Buddismo”, ho esitato ad accettare
l’invito poiché non so molto sulla depressione. Tuttavia, mi fu
consigliato di chiedere consiglio a dei Buddisti religiosi e laici.
Dopo alcune ricerche preliminari, decisi di accettare l’offerta
fattami.
Se consideriamo l’esempio di Taiwan e degli Stati Uniti, il problema
della depressione è molto serio. Secondo una recente ricerca del 2002
effettuata dall’Ufficio per la Promozione della Salute, del Ministero
della Salute del mio Paese, a Taiwan circa il 9% dei 18,4 milioni di
persone oltre i 15 anni presenta sintomi di depressioni; ciò vuol dire
che 1,63 milioni su un totale di una popolazione di 23 milioni soffre
di depressione, il più delle volte causata dalle sfide che la gente
deve affrontare in una società consumistica sempre più competitiva. Le
donne soffrono di disordini depressivi in misura doppia rispetto agli
uomini. Soltanto il 2,3% delle persone depresse ricorre a trattamenti
medici. Il rapporto ha rivelato anche che il 32% dei cosiddetti
“colletti bianchi” ha pensieri suicidi, il 26% pensa di picchiare i
propri superiori, e solo l’8,2% assume medicine per alleviare la
pressione psicologica a cui è sottoposto.
Secondo un’altra recente ricerca sulla depressione svolta dagli
Istituti Nazionali per la Salute degli Stati Uniti, oltre il 16% degli
Americani, e cioè 35 milioni di persone, soffre di depressione grave
tanto da aver bisogno di trattamento in un certo momento della vita, il
che risulta in una perdita pari a 30 miliardi di dollari per i datori
di lavoro.
Rendendomi conto della gravità del problema, ho cercato l’aiuto
della Prof. Heng-ching Shih, una monaca buddista, laureatasi
all’Università del Wisconsin e Professore di Filosofia presso
l’Università Nazionale di Taipei. La professoressa Shih ha scritto
molti saggi sulla spiritualità buddista nella società moderna, in
particolare a Taiwan, Cina, Corea e Giappone. Ella afferma che il
Buddismo ha un approccio differente nei confronti della depressione;
esso infatti affronta il problema ricorrendo alla meditazione e ponendo
l’accento sulla compassione e sull’amore. Benché questi metodi possano
non essere rapidi né sempre efficaci, non si è mai sentito parlare di
effetti collaterali. Vorrei ora presentare l’intervento della
professoressa Shih.
La depressione è uno dei disordini emotivi più comuni, che colpisce
un numero sempre più grande di persone nel mondo di oggi. Benché gli
psicologi e gli psichiatri non abbiano ancora scoperto tutto in materia
di depressione, sono d’accordo nell’affermare che i sintomi apparenti
della depressione comprendono disforia, perdita di interesse, anedonia,
disfunzione sociale, problemi di memoria e di concentrazione, scarsa
autostima, tendenze suicide, vergogna e colpa, disperazione, disturbi
dell’alimentazione e del sonno, ecc. (Costello, 1993). Tutti questi
sintomi precipitano a causa di fattori biologici e psicologici, e cioè
anomalia neurologica, malattia, lutto, frustrazione, disoccupazione, e
così via.
Permettete che, anziché discutere le cause, i sintomi e le cure
della depressione dal punto di vista psicologico e psichiatrico
occidentale, io mi rivolga al Buddismo per trovare analisi e risposte
diverse. C’è un detto cinese: “La malattia della mente può essere
curata solo con la medicina della mente”. In effetti, il Buddismo è la
codifica della chiara visione dello sviluppo della psicologia umana
fatta dal Gotama Budda nel corso dell’analisi meditativa sulla propria
mente. Così, l’enfasi primaria del Buddismo viene posta
sull’apprendimento e sulla trasformazione della mente e del corpo
attraverso l’esperienza spirituale diretta.
1. Le quattro nobili verità
Come un eccellente dottore della mente, la diagnosi della vita umana attraverso le Quattro Nobili Verità ( )
fatta dal Budda ci fornisce la chiara visione delle cause e delle cure
della depressione. Le Quattro Nobili verità sono: la sofferenza (dukkha
), la causa dell’insorgere della sofferenza ( ), la cessazione della sofferenza ( ) e le vie che conducono alla cessazione della sofferenza ( ).
Questa dottrina indica il sintomo, la diagnosi, la prognosi e lo schema
terapeutico per alleviare la sofferenza umana (Rahula, 1959, pp.
16-50).
Nella Prima Nobile Verità, il Budda ha messo sullo stesso piano
l’intera esistenza e il dukkha (la sofferenza). Oltre al significato
generale della sofferenza come “dolore”, “pena” o “infelicità”, il
dukkha comprende anche significati più profondi come “imperfezione”,
“transitorietà”, “vuoto”, “inconsistenza”.
Il concetto di dukkha può essere considerato sotto tre diversi aspetti: (1) come normale sofferenza ( ), (2) quale prodotto del cambiamento ( ), e (3) come stato condizionato ( ).
Il dukkha come normale sofferenza si riferisce a tutte le situazioni di
sofferenza nella vita, come la nascita, la vecchiaia, la malattia, la
morte, i rapporti con persone o situazioni sgradevoli, la separazione
dalle persone amate e dalle circostanza piacevoli, il non ottenere ciò
che si desidera, le lamentele, le difficoltà: tutte quelle forme di
sofferenza fisica e mentale che vengono universalmente accettate come
sofferenza e dolore.
Il Buddismo insegna che tutto è provvisorio. Le cose straordinarie
esistono grazie a particolari cause e situazioni. Quando un sentimento
di felicità o una situazione favorevole nella vita – che non sono mai
durature – cambia, produce dolore, sofferenza e infelicità. Queste
vicissitudini rappresentano il dukkha come sofferenza prodotta dal
cambiamento.
La terza forma di dukkha come stato condizionato non è facile da
capire perché implica la comprensione di ciò che il Buddismo considera
come “essere”. Secondo la filosofia buddista, ciò che noi chiamiamo un
“essere” è solo una combinazione di forze ed energie fisiche e mentali
in continuo cambiamento che possono essere suddivise in cinque gruppi o
aggregati, cioè quelli di materia ( ), sensazioni ( ), percezioni ( ), formazione mentale ( ) e consapevolezza ( ).
Il Budda ha detto: “Questi cinque aggregati di attaccamento sono
dukkha”. L’esistenza e l’attaccamento ai cinque aggregati, che
costituiscono la personalità, sono sofferenza. In altre parole, i
cinque aggregati e il dukkha non sono due cose diverse; i cinque
aggregati sono essi stessi dukkha.
La Seconda Nobile Verità è causa dell’insorgere della sofferenza:
desiderio, attaccamento e brama. Nel Majjhima Nikaya, il Budda ha
spiegato: “È la brama, che porta il risveglio dell’essere, accompagnata
da piacere e lussuria, il desiderio ardente del piacere sensuale, la
bramosia di essere e di non-essere”. Dal punto di vista del Buddismo,
la sofferenza trae origine dalla nostra difficoltà nel riconoscere un
aspetto fondamentale della vita: che tutto è caduco e transitorio. La
sofferenza nasce quando opponiamo resistenza al flusso della vita e ci
attacchiamo alle persone, agli eventi e alle idee come fossero
permanenti. La dottrina della provvisorietà comprende anche il concetto
che non esiste un singolo sé che sia il soggetto della nostra
esperienza mutevole.
La Terza Nobile Verità è che la sofferenza può essere completamente
rimossa e che è possibile raggiungere l’emancipazione, la liberazione e
la libertà dalla sofferenza.
La Quarta Nobile Verità fornisce uno schema terapeutico, l’Ottuplice Sentiero ( ), per alleviare la sofferenza e raggiungere uno stato di salute ideale. L’Ottuplice Sentiero è: retta parola ( ), retta azione ( ), retti mezzi di sussistenza ( ), retto sforzo ( ), retta attenzione ( ), retta concentrazione ( ), retta visione ( ) e retto pensiero ( ).
Queste otto pratiche mirano ad incoraggiare e perfezionare i tre
fondamenti della formazione e della dottrina buddista, e precisamente:
(1) condotta etica (sila ), (2) disciplina mentale (samadhi ) e (3) saggezza (prajna ).
2. La sofferenza
La questione della sofferenza umana ha impegnato sia il Buddismo che
la psicoanalisi sin dai loro inizi. L’ansia e le affezioni depressive
sono state al centro della maggior parte delle opinioni psicoanalitiche
sulla psicopatologia e sulla sofferenza. Sia l’ansia che la depressione
sono correlate alla perdita, cioè la perdita di oggetti, la perdita
dell’amore e la perdita fisica. La depressione è correlata alla perdita
nel presente o nel passato, mentre l’ansia si riferisce alla perdita
nel futuro (Christensen, 1999, pp. 39-42).
La sofferenza è il desiderio o l’augurio che le nostre esperienze
non includano la perdita. Il grado o l’intensità della sofferenza di
una persona è direttamente correlato al grado con cui la perdita
soggettivamente minaccia un particolare stato del sé. Ad esempio, per
la maggior parte delle persone, la morte può essere la sofferenza più
intensa che gli esseri umani sopportano. Per altri la sofferenza
estrema può essere messa in relazione al desiderio di essere amati. Le
persone cadono preda di depressione ed ansia perché vogliono che le
cose siano diverse da come sono, da qui la sofferenza.
Il Buddismo mette in rilievo la natura ed il ruolo della sofferenza
e la natura ed il ruolo del sé. La sofferenza ed il sé sono
interconnessi ed interagiscono nel perpetuare il dolore mentale. Dal
punto di vista del Buddismo, non comprendere o non conoscere
chiaramente o correttamente il sé porta alla sofferenza. Il Buddismo
contribuisce alla comprensione del sé suggerendo che il sé dialettico è
definito da tre caratteristiche principali: (1) il sé è sia processo
che struttura, (2) esso è collegato sia alla sofferenza che alla
liberazione e (3) è al tempo stesso interdipendente e indipendente da
altri.
Il Buddismo è l’unico nella storia del pensiero umano a negare l’esistenza sostanziale di un sé (Atman ).
Secondo gli insegnamenti del Budda, l’idea di un sé è immaginaria, una
falsa credenza, che non ha corrispondenza nella realtà. L’attaccamento
all’idea di un sé permanente produce pensieri nocivi del “me” e del
“mio”, desiderio egoistico, brama, odio, orgoglio ostile e altre
contaminazioni che causano tutte sofferenza. Benché l’assenza di un sé
permanente e definito sia considerato un fondamento dell’insegnamento
del Budda, non è tanto il sé che Budda incoraggiava ad abbandonare
quanto il proprio attaccamento alla visione di un sé permanente,
sostanziale, perché è l’attaccamento ad una falsa visione del sé che
porta alla sofferenza.
La definizione di sofferenza che deriva da fonti psicoanalitiche è
vicina alla visione del Buddismo che la sofferenza è desiderare che le
cose siano diverse da come sono al momento. Dal punto di vista del
Buddismo, tutta la vita è collegata alla sofferenza. Non solo la
psicopatologia è collegata alla sofferenza, ma anche una sana vita
normale, tuttavia questo non significa che la vita non sia altro che
sofferenza e dolore.
Il Buddismo crede che il sé e tutti i fenomeni siano insoddisfacenti
e creino sofferenza. Questo si uniforma alla logica buddista che tutto
è in costante mutamento e decadimento. Il Buddismo incoraggia i
praticanti ad essere consapevoli e a sperimentare desideri, pensieri e
sentimenti collegati ad una visione di un sé permanente come in
costante mutamento. Lavorando con la sofferenza da questa prospettiva,
attraverso gli strumenti dell’empatia, dell’indagine e della
rappresentazione, si prendeva sempre più coscienza dell’ansia e dei
malesseri depressivi. Ad esempio, nella depressione venivano analizzate
la perdita, la disperazione e la solitudine nella speranza che quelle
esperienze, essendo transitorie, potessero essere tollerate
(Christensen, 1999, p. 49).
Proprio come ogni altro fenomeno, anche la sofferenza stessa è
transitoria e non possiede un’entità separata. In altre parole, non
esiste un sé separato che sta provando sofferenza. Così, con un
percorso circolare paradossale, il Buddismo afferma che anche la
sofferenza viene condizionata da cause esterne, non possiede essenza,
non è separabile da altri fenomeni, ed è così vuota, non-sé (anatman )
e liberata da qualsiasi restrizione. In questa dialettica, il sé è
associato sia con la sofferenza che con la liberazione e la gioia. Come
ha spiegato il famoso filosofo buddista Nagarjuna: “Non c’è la minima
differenza tra esistenza ciclica (perdita, desiderio e sofferenza) ed
il nirvana (liberazione)” (Christensen, 1999, p. 44).
3. La meditazione
Ora che abbiamo discusso la diagnosi del Budda dei sintomi e delle
cause delle malattie mentali umane (poiché la depressione è una
malattia mentale umana), quali sono i metodi e le tecniche buddiste per
alleviare la malattia?
Fondamentalmente, il Budda ha sottolineato la chiara visione della
realtà come è, senza la minima distorsione e interpretazione.
Tecnicamente, il Budda ha evitato costrutti teorici e metafisici che
sono difficili da misurare e/o hanno una discutibile utilità nei
confronti dei problemi della vita quotidiana. L’intero approccio del
Budda mira a far sì che la persona viva più pienamente nel “qui ed
ora”. Così le pratiche buddiste, in modo particolare la meditazione,
portano ad una chiara visione più diretta del presente, mentre riducono
il tempo in cui la persona è persa nei ricordi del passato e
nell’anticipazione o nell’ansia per il futuro. La meditazione è quindi
uno dei migliori antidoti per i pazienti depressi.
La meditazione rimanda ad una serie di tecniche che tentano di
focalizzare l’attenzione in modo conscio su un percorso non analitico e
di non soffermarsi su pensieri digressivi e rimuginanti. La meditazione
mira a produrre uno stato di perfetta salute mentale, di serenità ed
equilibrio nel corpo e nella mente attraverso il controllo della
respirazione e della mente.
Lo sviluppo mentale derivato dalla meditazione monda la mente dalle
impurità e dai turbamenti, come pensieri lussuriosi, odio, malanimo,
indolenza, preoccupazioni, agitazione e incertezze dubbiose e coltiva
qualità come concentrazione, consapevolezza, intelligenza, volontà,
energia, fiducia, gioia, capacità analitica e serenità, portando alla
fine al raggiungimento della saggezza più alta, che vede la natura
delle cose come esse realmente sono, e concretizza l’Ultima Verità, il
Nirvana.
Esiste, in seno ai molti diversi rami del Buddismo, un’ampia varietà
di pratiche della meditazione. Tutte, tuttavia, mettono in risalto i
due seguenti componenti: “concentrazione ( samatha)”, unidirezionalità della mente e “chiara visione ( vipassana)”.
Nella meditazione di concentrazione ci focalizziamo su un singolo
oggetto, come ad esempio la respirazione, un mantra o un koan zen ( ),
con attenzione assoluta. Si tratta di coltivare l’autocontrollo
dell’attenzione attraverso il controllo della mente. Nel Buddismo la
mente viene spesso descritta come una scimmia ubriaca che corre
freneticamente dietro a sei finestre. Cinque di queste finestre
corrispondono alle impressioni sensoriali dei nostri cinque sensi e la
sesta corrisponde al nostro senso mentale delle impressioni create
internamente, inclusi pensiero e memorie. Nella maggior parte delle
persone, la scimmia corre senza alcun controllo da finestra a finestra.
Attraverso le pratiche di concentrazione, colui che medita impara a
controllare la scimmia e a tenere la propria coscienza focalizzata su
un oggetto di meditazione (Mikulas, 1981, pp. 333).
Uno degli esempi più noti, popolari e pratici della concentrazione
meditativa si chiama “piena consapevolezza del respiro” (anapanasati).
Noi inspiriamo ed espiriamo giorno e notte, tuttavia ce ne rendiamo a
malapena conto. Per meditare, sediamo fisicamente immobili in posizione
eretta attenti al fluire dell’esperienza di attimo in attimo –
prestando attenzione al processo respiratorio, notando in silenzio
l’inalazione e l’esalazione dalle narici e dall’addome. Lo sforzo non è
quello di controllare la respirazione, ma quello di concentrarsi su di
essa.
All’inizio è difficile prestare attenzione alla nostra respirazione
anche per pochi secondi di seguito. Più tentiamo di farvi attenzione,
più ci distraiamo. Compaiono ricordi, sogni ad occhi aperti, ansie. C’è
un fluire apparentemente infinito di pensieri, sentimenti e fantasie.
Di solito uno di questi attira la nostra attenzione e ci dimentichiamo
del momento presente.
Non appena ci rendiamo conto che la nostra attenzione si è
distratta, la riportiamo sulla respirazione. Come un bambino che
allunga la mano per prendere un giocattolo si stanca e ne prende un
altro, e poi un altro, così la nostra mente continua a passare da un
pensiero, un sentimento o una fantasia all’altro. Stranamente, il fatto
che notiamo di essere stati disattenti, lentamente produce una maggior
attenzione e focalizzazione (Rubin, 1999, pp. 7-8.).
Dopo un certo periodo di pratica, è possibile che ci rendiamo conto,
solo per una frazione di secondo, che la nostra mente è completamente
concentrata sulla respirazione, quando non udiamo neppure suoni vicini,
quando non esiste nulla di esterno. Questo momento fuggevole
rappresenta un’esperienza immensa, piena di gioia, felicità e serenità
(Rahula, 1959, pp.67-75).
L’esercizio della consapevolezza della respirazione, che è una delle
pratiche più semplici e più facili, può essere applicata ad ogni azione
della vita quotidiana. Le persone di solito non amano le azioni che
stanno compiendo. Esse vivono nel passato o nel futuro. Ciò è
particolarmente vero con i pazienti depressi. Benché sembri che essi
stiamo facendo qualcosa in questo momento, vivono in qualche altro
luogo nei loro pensieri, nei loro problemi e preoccupazioni
immaginarie, di solito nei ricordi del passato o nel desiderio e nelle
congetture per il futuro.
Il Maestro Zen vietnamita Thich Nhat Hanh ci dà le seguenti
istruzioni per praticare la consapevolezza: mentre lavate i piatti è
possibile che pensiate al tè che verrà dopo, così cercate di toglierli
di mezzo al più presto possibile per bere il tè. Ma questo significa
che siete incapaci di vivere il tempo in cui state lavando i piatti.
Quando lavate i piatti, lavare i piatti deve essere la cosa più
importante della vostra vita. Proprio come, mentre bevete il tè, bere
il tè deve essere la cosa più importante della vostra vita (Morvay,
1999, pp. 29-30).
Mano a mano che la consapevolezza diventa più chiara e più
focalizzata attraverso la meditazione consapevole, le persone provano
un senso di spaziosità psicologica. La totale attenzione incoraggia una
maggiore ricettività e armonizzazione verso l’esperienza interiore ed
interpersonale.
Ciò favorisce una visione più ampia della nostra esperienza. In
altre parole, la meditazione favorisce ciò che i Buddisti chiamano
non-attaccamento, uno stato mentale di non-avidità per cui coloro che
meditano non si mantengono così aderenti alle proprie opinioni. Questo
può aiutare a ridurre l’autocritica e a tollerare una più ampia gamma
di sentimenti senza sfuggirli, e a relazionarsi con sé stessi e con
altri con maggior flessibilità ed apertura. Aiuta molte persone, ad
esempio molti depressi, ad evitare di essere invasi da pensieri
indesiderati. E, cosa più importante, li aiuta a sopportare sempre più
la presenza di pensieri e stati d’animo deprimenti senza esserne
devastati. Il paziente depresso, cioè, sviluppa “la capacità di sentire
di avere la depressione, anziché sentire che la depressione ha lui” e,
da qui, la capacità di superare la propria depressione (Christensen,
1999, pp. 38).
Il secondo componente della meditazione è “la visione profonda”. La
meditazione di visione profonda è quella che sviluppa la capacità di
osservare obiettivamente tutto quello che appare nel nostro conscio
senza elaborarlo, senza reagire, senza identificarvisi o perdervisi.
Essa viene chiamata consapevolezza senza opzioni, nuda attenzione e
osservazione distaccata. Implica l’educazione all’osservazione globale,
obiettiva e non reattiva delle sensazioni, dei comportamenti nascosti e
dei relativi processi mentali, e infine delle esperienze del sé e della
volontà (Mikulas, 1981, p. 334).
Nella meditazione della visione profonda, ci occupiamo, senza
attaccamento o avversione, di qualsiasi pensiero, sentimento, fantasia
o sensazione somatica che proviamo. Lo scopo di questa pratica,
contrariamente a quanto comunemente si ritiene, è di non fare accadere
nulla, come il mettere a tacere o svuotare gli schiamazzi della mente,
ma di mettere in relazione ed esaminare qualsiasi cosa accada nella
nostra esperienza (non importa quanto doloroso). Si tratta di un metodo
analitico, basato su attenzione, consapevolezza, vigilanza e
osservazione, che vede la vera natura delle cose, prepara le basi per
la visione profonda nella fondamentale comprensione del sé,
dell’esistenza e della realtà e alla fine conduce alla realizzazione
dell’Ultima Verità.
4. La terapia di Morita
Come abbiamo discusso sopra, gli insegnamenti buddisti forniscono un
ottimo antidoto per le persone che soffrono di depressione. La “Terapia
di Morita” è un ben noto esempio dell’applicazione del Buddismo, in
modo particolare del Buddismo Zen, alla psicoterapia. La Terapia di
Morita è una tecnica terapeutica sviluppata dallo psicologo giapponese
Shoma Morita (1874-1938) nella prima parte del xx secolo. Molti dei
principi della Terapia di Morita sono basati sul Buddismo Zen. Morita
stesso era molto interessato al Buddismo Zen e ha avuto alcune
esperienze nel Buddismo Zen Rinzai sotto il Maestro Zen Shaku Soen,
l’insegnante di D. T. Suzuki. Il metodo di Morita è stato inizialmente
sviluppato come cura per una forma di psiconevrosi d’ansia e negli
ultimi decenni l’applicazione di questa terapia si è molto ampliata
nella cura della depressione e di altri disturbi mentali.
Ecco i principali concetti della psicoterapia di Morita.
1. Desiderio di vita: secondo Morita, la forza essenziale
dell’essere umano è il forte desiderio di vita. Il suo opposto è la
paura della morte, poiché entrambi sono aspetti della stessa energia.
Gli sforzi degli esseri umani per condurre una vita piena sono tutti
manifestazioni del desiderio di vita. Al tempo stesso, una delle
manifestazioni del desiderio di vita è la tendenza a temere limitazioni
e minacce al proprio benessere. Morita chiama questa tendenza “nota
ipocondriaca di base”. Questa tendenza è comune a tutti gli esseri
umani ma, nelle persone introverse e molto sensibili, può costituire il
punto di partenza di un processo che, alla fine, porta alla depressione
e alla nevrosi.
2. Interazione psichica: se si presta attenzione a qualche
sensazione, questa diventa molto netta; e grazie alla mutua interazione
di sensazione e attenzione, la sensazione diventerà sempre più
esagerata. Questo è un tipo di circolo vizioso che nasce dal fatto di
essere influenzati dalla propria ipersensibilità, ad esempio a
sentimenti di tristezza, impotenza, paura, confusione mentale,
insonnia, ecc.
3. Autosuggestione: l’autosuggestione aiuta a liquidare un problema
sotto forma di sintomo attraverso la formazione della convinzione che,
ad esempio, arrossire è anormale, e la ripetizione all’infinito di
questa convinzione, in modo tale da escludere la riflessione razionale.
Così si esclude la possibilità che l’attenzione si muova liberamente –
il che è una delle caratteristiche principali di una persona sana e
produttiva – ed è invece sempre concentrata sulle stesse idee.
4. Contraddizione di pensiero: le sensazioni e i sentimenti sono
parte integrante della vita umana; essi nascono, raggiungono il loro
apice e svaniscono. Morita chiama contraddizione di pensiero la
tendenza a confrontare un sentimento o una sensazione del presente con
lo stato ideale e a cercare con forza di realizzare questo stato ideale
anziché perseguire il compito del momento. Contraddizione di pensiero e
autosuggestione si coadiuvano nella formazione di nevrosi e
depressione.
5. Arugamama – Essere come si è: arugamama, letteralmente “come è”,
o se riferito a persona “essere come si è”, è il concetto centrale
della terapia di Morita e costituisce, al tempo stesso, lo scopo degli
sforzi terapeutici. Invece di sforzarsi per cambiare una data realtà,
si insegna al paziente ad accettare la realtà come è. Questo significa
che se si sente depresso, accetta il proprio sentimento di depressione.
Se si sente ansioso, accetta i sentimenti di ansia. Piuttosto che
indirizzare la propria attenzione e la propria energia sullo stato dei
suoi sentimenti, egli indirizza i propri sforzi verso il vivere bene la
propria vita (Rhyner, 1988, pp. 7-8).
Le idee-chiave del Buddismo Zen
1. La disciplina Zen consiste nel raggiungimento dell’illuminazione.
2. Per il Buddismo Zen l’illuminazione trova il proprio significato
nascosto nelle nostre particolari azioni concrete quotidiane, come
mangiare, bere, o gli affari di qualsiasi tipo.
3. Il significato così rivelato non è qualcosa aggiunto
dall’esterno. Risiede nell’essere stesso, nel divenire stesso, nel
vivere stesso. Ciò può essere chiamato “ciò-che-è”. La realtà è “ciò
che è”.
4. Alcuni potrebbero dire “non ci può essere alcun significato nel
semplice ciò-che-è”. Ma non è questo il punto di vista sostenuto dallo
Zen, perché secondo questa disciplina “ciò-che-è” è il significato.
Quando ci guardo dentro lo vedo chiaramente come vedo me stesso
riflesso in uno specchio.
5. Questo è ciò che ha fatto esclamare a P’ang Chu-shih, un
discepolo laico dell’ottavo secolo: “Com’è meraviglioso, com’è
misterioso! Io porto il combustibile, attingo l’acqua”.
Il portare il combustibile o l’attingere l’acqua, in effetti ogni
azione della vita quotidiana, sono pieni di significato, e per questo
pieni di meraviglia e di mistero.
6. Lo Zen, perciò, non indulge in astrazioni o concettualismi.
7. L’illuminazione è emancipazione morale, spirituale nonché intellettuale (Rhyner, 1988, pp. 8-9).
Avendo compresi i principi di Morita e del Buddismo Zen, possiamo
ora confrontarli. Prima Morita dichiara che la forza essenziale
nell’essere umano è il desiderio o la brama dell’esistenza. Secondo il
Buddismo la brama (per il piacere sessuale, l’esistenza, la non
esistenza) è uno dei principali fattori che trattengono gli esseri nel
ciclo della rinascita, o sofferenza.
Nella seconda fase, abbiamo la contraddizione del pensiero, causata
da un forte atteggiamento intellettuale, che etichetta un normale
fenomeno, ad esempio la timidezza davanti agli estranei, come anormale
e provoca un forte desiderio di liberarsi di questa timidezza. Si
presta maggior attenzione alla timidezza, che a sua volta si
intensifica (interazione psichica) e alla fine si trasforma in una
tensione depressiva.
Nel caso del monaco Zen, il suo desiderio di illuminazione lo
coinvolge in infiniti tentativi di risolvere il suo koan. Il koan è una
domanda provocatoria (ad esempio, “Qual era la tua natura prima che tu
nascessi?”) posta al monaco dal Maestro Zen. Il monaco tenta di
risolvere il koan con tutte le sue energie intellettive, continua a
concentrare il proprio pensiero sul koan, ma non è in grado di
risolverlo. Viene preso in un circolo vizioso e presto si trova ad un
punto morto che lo porta ad una più grande ansia e sofferenza. La sua
forma mentale gli fa credere che esista una soluzione razionale a
questo problema. Si focalizza ripetutamente sul koan e se lo ripete
infinite volte, che è lo stesso processo che Morita descrive come
interazione psichica ed autosuggestione.
Un altro punto in comune a questo livello è un atteggiamento
egocentrico. Secondo la teoria di Morita, è questo indirizzare
l’attenzione verso l’interno che, insieme all’atteggiamento
intellettuale, apre la via alla depressione e alla nevrosi. Ma Morita
non si spinge sino a dove arrivano i Buddisti che negano la realtà del
sé. È proprio l’atteggiamento mentale e la nozione di un sé ciò che
l’esercizio Zen vuole spezzare attraverso la meditazione e l’uso dei
koan.
Per quanto riguarda lo spezzare del circolo vizioso nevrotico,
Morita suggerisce al paziente di entrare direttamente nella propria
depressione, di divenire la propria depressione. Morita chiama questo
stato psichico in cui il paziente accetta le proprie sofferenze e
diventa un tutt’uno con esse “il conflitto psichico è emancipazione”.
In altre parole, nel bel mezzo della sua sofferenza, che egli ha tanto
cercato di sfuggire, lì sta la risposta.
Allo stesso modo il Buddismo ha un detto: “L’afflizione è
illuminazione (Klesa è Nirvana.)”. Cioè, nel bel mezzo della sofferenza
c’è l’illuminazione, la sofferenza e l’illuminazione non possono essere
disgiunte, come il fiore di loto che cresce nel fango. È evidente che
Morita ha esposto le sue scoperte psicologiche con parole del detto
buddista.
Veniamo ora al punto centrale della terapia di Morita, sia a livello
teorico che per quanto riguarda lo sforzo terapeutico: il concetto di
“come è”. Questo principio basilare significa vedere la realtà come è,
accettarla ed agire di conseguenza alla situazione attuale. La
realizzazione dello stato di arugamama (come è) nella terapia di Morita
corrisponde ad una completa guarigione. Ma essere guariti non significa
che il paziente non soffrirà più di depressione, paure o ansie. Egli
sperimenterà ogni tipo di emozione come prima. Ciò che cambia
attraverso la sua esperienza della terapia di Morita è l’atteggiamento
verso i propri problemi. Dove prima cercava di fuggire, ora è in grado
di accettare la paura come paura, l’ansia come ansia, il dolore come
dolore. Egli affronta la stessa realtà, ma è ora in grado di accettarla
come è.
Sia il paziente che il monaco Zen cercano con tutte le loro forze di
realizzare i propri ideali: il paziente vuole essere guarito risolvendo
il problema prodotto con le proprie mani, il monaco Zen vuole
raggiungere l’illuminazione risolvendo il suo koan. Nel perseguimento
dei propri ideali, entrambi sono interiormente divisi e non colgono
l’unica realtà manifesta. Rinunciando alla loro ricerca ed accettando
la realtà come è, la divisione tra paziente e sintomo, tra monaco e
koan, cessa di esistere ed al tempo stesso cessa di esistere la
situazione problematica, non c’è più un problema da risolvere (Rhyner,
1988, pp. 9-13).
In genere, più desideriamo qualcosa, più vogliamo avere successo,
più forte è il nostro timore di fallire. Le nostre preoccupazioni e
paure sono reminiscenze dell’intensità dei nostri desideri positivi.
Malgrado il disagio che le accompagna, le nostre ansie sono
indispensabili. Sarebbe folle cercare di liberarsi di loro. La terapia
di Morita non è realmente un metodo psicoterapeutico per liberarsi dei
“sintomi”. È piuttosto un metodo educativo per liberarsi delle
limitazioni che ci siamo auto-imposti. Per mezzo della terapia di
Morita impariamo ad accettare la naturalezza di noi stessi.
Per concludere riporterò la seguente citazione sull’illuminazione
dal Shobogenzo dell’eminente Maestro Zen Dogen, che illustra meglio di
ogni altra cosa la stretta relazione tra il principio del Buddismo Zen
e la terapia di Morita (Christensen, 1999, p. 37). Dice: “Studiare il
Buddismo è studiare il sé. Studiare il sé è dimenticare il sé.
Dimenticare il sé è essere un tutt’uno con i diecimila fenomeni. Essere
un tutt’uno con i diecimila fenomeni è liberare il proprio corpo e la
propria mente e quelli degli altri.”
Mi sembra che il consiglio della professoressa Shih a coloro che
presentano sintomi di depressione sia quello di studiare il sé e
dimenticare il sé. Per molti dimenticare è più difficile che ricordare.
Immagino che sarebbe bello che le persone ricordassero qualcosa di
piacevole e dimenticassero qualcosa di spiacevole.
Infine, vorrei aggiungere che, per salvaguardare la salute pubblica,
il mio governo ha incluso la depressione nel Programma Sanitario
Nazionale. Da parte non-governativa, il 9 dicembre 2001 è stato
costituita a Taiwan una “Associazione per la Prevenzione della
Depressione” per promuovere la conoscenza di questo problema e per
fornire consulenze per la sua prevenzione e la cura. Anche la Chiesa
Cattolica di Taiwan, insieme ad altre religioni, è fonte di aiuto per i
depressi.
Ven. Prof.ssa Heng-ching Shih,
Suora Buddista
Docente di Filosofia
National Taiwan University, Taipei.
S.E. Raymond R.M. TAI
Ambasciatore della Repubblica Cinese presso la Santa Sede  Segunda Sessione: La luce della fede nel mondo della depressione 5. Dialogo interreligioso: il senso della depressione e del malessere considerato nella visuale delle religioni5.4. La visuale buddista Introduzione
È un grande onore essere stato invitato a parlare del problema della
depressione dal punto di vista del Buddismo in questo importante
incontro internazionale. Secondo un rapporto dell’Organizzazione
Mondiale della Salute (OMS), nel 2001 il 3% della popolazione mondiale
soffriva di depressione. La depressione rappresenta una delle malattie
più minacciose per la salute pubblica del 21° secolo, oltre al cancro e
all’AIDS. Benché io provenga da un Paese in cui i Buddisti
rappresentano la maggioranza, non sono di fede buddista. Quando mi è
stato chiesto di parlare su “Il Significato della depressione e del
malessere dal punto di vista del Buddismo”, ho esitato ad accettare
l’invito poiché non so molto sulla depressione. Tuttavia, mi fu
consigliato di chiedere consiglio a dei Buddisti religiosi e laici.
Dopo alcune ricerche preliminari, decisi di accettare l’offerta
fattami.
Se consideriamo l’esempio di Taiwan e degli Stati Uniti, il problema
della depressione è molto serio. Secondo una recente ricerca del 2002
effettuata dall’Ufficio per la Promozione della Salute, del Ministero
della Salute del mio Paese, a Taiwan circa il 9% dei 18,4 milioni di
persone oltre i 15 anni presenta sintomi di depressioni; ciò vuol dire
che 1,63 milioni su un totale di una popolazione di 23 milioni soffre
di depressione, il più delle volte causata dalle sfide che la gente
deve affrontare in una società consumistica sempre più competitiva. Le
donne soffrono di disordini depressivi in misura doppia rispetto agli
uomini. Soltanto il 2,3% delle persone depresse ricorre a trattamenti
medici. Il rapporto ha rivelato anche che il 32% dei cosiddetti
“colletti bianchi” ha pensieri suicidi, il 26% pensa di picchiare i
propri superiori, e solo l’8,2% assume medicine per alleviare la
pressione psicologica a cui è sottoposto.
Secondo un’altra recente ricerca sulla depressione svolta dagli
Istituti Nazionali per la Salute degli Stati Uniti, oltre il 16% degli
Americani, e cioè 35 milioni di persone, soffre di depressione grave
tanto da aver bisogno di trattamento in un certo momento della vita, il
che risulta in una perdita pari a 30 miliardi di dollari per i datori
di lavoro.
Rendendomi conto della gravità del problema, ho cercato l’aiuto
della Prof. Heng-ching Shih, una monaca buddista, laureatasi
all’Università del Wisconsin e Professore di Filosofia presso
l’Università Nazionale di Taipei. La professoressa Shih ha scritto
molti saggi sulla spiritualità buddista nella società moderna, in
particolare a Taiwan, Cina, Corea e Giappone. Ella afferma che il
Buddismo ha un approccio differente nei confronti della depressione;
esso infatti affronta il problema ricorrendo alla meditazione e ponendo
l’accento sulla compassione e sull’amore. Benché questi metodi possano
non essere rapidi né sempre efficaci, non si è mai sentito parlare di
effetti collaterali. Vorrei ora presentare l’intervento della
professoressa Shih.
La depressione è uno dei disordini emotivi più comuni, che colpisce
un numero sempre più grande di persone nel mondo di oggi. Benché gli
psicologi e gli psichiatri non abbiano ancora scoperto tutto in materia
di depressione, sono d’accordo nell’affermare che i sintomi apparenti
della depressione comprendono disforia, perdita di interesse, anedonia,
disfunzione sociale, problemi di memoria e di concentrazione, scarsa
autostima, tendenze suicide, vergogna e colpa, disperazione, disturbi
dell’alimentazione e del sonno, ecc. (Costello, 1993). Tutti questi
sintomi precipitano a causa di fattori biologici e psicologici, e cioè
anomalia neurologica, malattia, lutto, frustrazione, disoccupazione, e
così via.
Permettete che, anziché discutere le cause, i sintomi e le cure
della depressione dal punto di vista psicologico e psichiatrico
occidentale, io mi rivolga al Buddismo per trovare analisi e risposte
diverse. C’è un detto cinese: “La malattia della mente può essere
curata solo con la medicina della mente”. In effetti, il Buddismo è la
codifica della chiara visione dello sviluppo della psicologia umana
fatta dal Gotama Budda nel corso dell’analisi meditativa sulla propria
mente. Così, l’enfasi primaria del Buddismo viene posta
sull’apprendimento e sulla trasformazione della mente e del corpo
attraverso l’esperienza spirituale diretta.
1. Le quattro nobili verità
Come un eccellente dottore della mente, la diagnosi della vita umana attraverso le Quattro Nobili Verità ( )
fatta dal Budda ci fornisce la chiara visione delle cause e delle cure
della depressione. Le Quattro Nobili verità sono: la sofferenza (dukkha
), la causa dell’insorgere della sofferenza ( ), la cessazione della sofferenza ( ) e le vie che conducono alla cessazione della sofferenza ( ).
Questa dottrina indica il sintomo, la diagnosi, la prognosi e lo schema
terapeutico per alleviare la sofferenza umana (Rahula, 1959, pp.
16-50).
Nella Prima Nobile Verità, il Budda ha messo sullo stesso piano
l’intera esistenza e il dukkha (la sofferenza). Oltre al significato
generale della sofferenza come “dolore”, “pena” o “infelicità”, il
dukkha comprende anche significati più profondi come “imperfezione”,
“transitorietà”, “vuoto”, “inconsistenza”.
Il concetto di dukkha può essere considerato sotto tre diversi aspetti: (1) come normale sofferenza ( ), (2) quale prodotto del cambiamento ( ), e (3) come stato condizionato ( ).
Il dukkha come normale sofferenza si riferisce a tutte le situazioni di
sofferenza nella vita, come la nascita, la vecchiaia, la malattia, la
morte, i rapporti con persone o situazioni sgradevoli, la separazione
dalle persone amate e dalle circostanza piacevoli, il non ottenere ciò
che si desidera, le lamentele, le difficoltà: tutte quelle forme di
sofferenza fisica e mentale che vengono universalmente accettate come
sofferenza e dolore.
Il Buddismo insegna che tutto è provvisorio. Le cose straordinarie
esistono grazie a particolari cause e situazioni. Quando un sentimento
di felicità o una situazione favorevole nella vita – che non sono mai
durature – cambia, produce dolore, sofferenza e infelicità. Queste
vicissitudini rappresentano il dukkha come sofferenza prodotta dal
cambiamento.
La terza forma di dukkha come stato condizionato non è facile da
capire perché implica la comprensione di ciò che il Buddismo considera
come “essere”. Secondo la filosofia buddista, ciò che noi chiamiamo un
“essere” è solo una combinazione di forze ed energie fisiche e mentali
in continuo cambiamento che possono essere suddivise in cinque gruppi o
aggregati, cioè quelli di materia ( ), sensazioni ( ), percezioni ( ), formazione mentale ( ) e consapevolezza ( ).
Il Budda ha detto: “Questi cinque aggregati di attaccamento sono
dukkha”. L’esistenza e l’attaccamento ai cinque aggregati, che
costituiscono la personalità, sono sofferenza. In altre parole, i
cinque aggregati e il dukkha non sono due cose diverse; i cinque
aggregati sono essi stessi dukkha.
La Seconda Nobile Verità è causa dell’insorgere della sofferenza:
desiderio, attaccamento e brama. Nel Majjhima Nikaya, il Budda ha
spiegato: “È la brama, che porta il risveglio dell’essere, accompagnata
da piacere e lussuria, il desiderio ardente del piacere sensuale, la
bramosia di essere e di non-essere”. Dal punto di vista del Buddismo,
la sofferenza trae origine dalla nostra difficoltà nel riconoscere un
aspetto fondamentale della vita: che tutto è caduco e transitorio. La
sofferenza nasce quando opponiamo resistenza al flusso della vita e ci
attacchiamo alle persone, agli eventi e alle idee come fossero
permanenti. La dottrina della provvisorietà comprende anche il concetto
che non esiste un singolo sé che sia il soggetto della nostra
esperienza mutevole.
La Terza Nobile Verità è che la sofferenza può essere completamente
rimossa e che è possibile raggiungere l’emancipazione, la liberazione e
la libertà dalla sofferenza.
La Quarta Nobile Verità fornisce uno schema terapeutico, l’Ottuplice Sentiero ( ), per alleviare la sofferenza e raggiungere uno stato di salute ideale. L’Ottuplice Sentiero è: retta parola ( ), retta azione ( ), retti mezzi di sussistenza ( ), retto sforzo ( ), retta attenzione ( ), retta concentrazione ( ), retta visione ( ) e retto pensiero ( ).
Queste otto pratiche mirano ad incoraggiare e perfezionare i tre
fondamenti della formazione e della dottrina buddista, e precisamente:
(1) condotta etica (sila ), (2) disciplina mentale (samadhi ) e (3) saggezza (prajna ).
2. La sofferenza
La questione della sofferenza umana ha impegnato sia il Buddismo che
la psicoanalisi sin dai loro inizi. L’ansia e le affezioni depressive
sono state al centro della maggior parte delle opinioni psicoanalitiche
sulla psicopatologia e sulla sofferenza. Sia l’ansia che la depressione
sono correlate alla perdita, cioè la perdita di oggetti, la perdita
dell’amore e la perdita fisica. La depressione è correlata alla perdita
nel presente o nel passato, mentre l’ansia si riferisce alla perdita
nel futuro (Christensen, 1999, pp. 39-42).
La sofferenza è il desiderio o l’augurio che le nostre esperienze
non includano la perdita. Il grado o l’intensità della sofferenza di
una persona è direttamente correlato al grado con cui la perdita
soggettivamente minaccia un particolare stato del sé. Ad esempio, per
la maggior parte delle persone, la morte può essere la sofferenza più
intensa che gli esseri umani sopportano. Per altri la sofferenza
estrema può essere messa in relazione al desiderio di essere amati. Le
persone cadono preda di depressione ed ansia perché vogliono che le
cose siano diverse da come sono, da qui la sofferenza.
Il Buddismo mette in rilievo la natura ed il ruolo della sofferenza
e la natura ed il ruolo del sé. La sofferenza ed il sé sono
interconnessi ed interagiscono nel perpetuare il dolore mentale. Dal
punto di vista del Buddismo, non comprendere o non conoscere
chiaramente o correttamente il sé porta alla sofferenza. Il Buddismo
contribuisce alla comprensione del sé suggerendo che il sé dialettico è
definito da tre caratteristiche principali: (1) il sé è sia processo
che struttura, (2) esso è collegato sia alla sofferenza che alla
liberazione e (3) è al tempo stesso interdipendente e indipendente da
altri.
Il Buddismo è l’unico nella storia del pensiero umano a negare l’esistenza sostanziale di un sé (Atman ).
Secondo gli insegnamenti del Budda, l’idea di un sé è immaginaria, una
falsa credenza, che non ha corrispondenza nella realtà. L’attaccamento
all’idea di un sé permanente produce pensieri nocivi del “me” e del
“mio”, desiderio egoistico, brama, odio, orgoglio ostile e altre
contaminazioni che causano tutte sofferenza. Benché l’assenza di un sé
permanente e definito sia considerato un fondamento dell’insegnamento
del Budda, non è tanto il sé che Budda incoraggiava ad abbandonare
quanto il proprio attaccamento alla visione di un sé permanente,
sostanziale, perché è l’attaccamento ad una falsa visione del sé che
porta alla sofferenza.
La definizione di sofferenza che deriva da fonti psicoanalitiche è
vicina alla visione del Buddismo che la sofferenza è desiderare che le
cose siano diverse da come sono al momento. Dal punto di vista del
Buddismo, tutta la vita è collegata alla sofferenza. Non solo la
psicopatologia è collegata alla sofferenza, ma anche una sana vita
normale, tuttavia questo non significa che la vita non sia altro che
sofferenza e dolore.
Il Buddismo crede che il sé e tutti i fenomeni siano insoddisfacenti
e creino sofferenza. Questo si uniforma alla logica buddista che tutto
è in costante mutamento e decadimento. Il Buddismo incoraggia i
praticanti ad essere consapevoli e a sperimentare desideri, pensieri e
sentimenti collegati ad una visione di un sé permanente come in
costante mutamento. Lavorando con la sofferenza da questa prospettiva,
attraverso gli strumenti dell’empatia, dell’indagine e della
rappresentazione, si prendeva sempre più coscienza dell’ansia e dei
malesseri depressivi. Ad esempio, nella depressione venivano analizzate
la perdita, la disperazione e la solitudine nella speranza che quelle
esperienze, essendo transitorie, potessero essere tollerate
(Christensen, 1999, p. 49).
Proprio come ogni altro fenomeno, anche la sofferenza stessa è
transitoria e non possiede un’entità separata. In altre parole, non
esiste un sé separato che sta provando sofferenza. Così, con un
percorso circolare paradossale, il Buddismo afferma che anche la
sofferenza viene condizionata da cause esterne, non possiede essenza,
non è separabile da altri fenomeni, ed è così vuota, non-sé (anatman )
e liberata da qualsiasi restrizione. In questa dialettica, il sé è
associato sia con la sofferenza che con la liberazione e la gioia. Come
ha spiegato il famoso filosofo buddista Nagarjuna: “Non c’è la minima
differenza tra esistenza ciclica (perdita, desiderio e sofferenza) ed
il nirvana (liberazione)” (Christensen, 1999, p. 44).
3. La meditazione
Ora che abbiamo discusso la diagnosi del Budda dei sintomi e delle
cause delle malattie mentali umane (poiché la depressione è una
malattia mentale umana), quali sono i metodi e le tecniche buddiste per
alleviare la malattia?
Fondamentalmente, il Budda ha sottolineato la chiara visione della
realtà come è, senza la minima distorsione e interpretazione.
Tecnicamente, il Budda ha evitato costrutti teorici e metafisici che
sono difficili da misurare e/o hanno una discutibile utilità nei
confronti dei problemi della vita quotidiana. L’intero approccio del
Budda mira a far sì che la persona viva più pienamente nel “qui ed
ora”. Così le pratiche buddiste, in modo particolare la meditazione,
portano ad una chiara visione più diretta del presente, mentre riducono
il tempo in cui la persona è persa nei ricordi del passato e
nell’anticipazione o nell’ansia per il futuro. La meditazione è quindi
uno dei migliori antidoti per i pazienti depressi.
La meditazione rimanda ad una serie di tecniche che tentano di
focalizzare l’attenzione in modo conscio su un percorso non analitico e
di non soffermarsi su pensieri digressivi e rimuginanti. La meditazione
mira a produrre uno stato di perfetta salute mentale, di serenità ed
equilibrio nel corpo e nella mente attraverso il controllo della
respirazione e della mente.
Lo sviluppo mentale derivato dalla meditazione monda la mente dalle
impurità e dai turbamenti, come pensieri lussuriosi, odio, malanimo,
indolenza, preoccupazioni, agitazione e incertezze dubbiose e coltiva
qualità come concentrazione, consapevolezza, intelligenza, volontà,
energia, fiducia, gioia, capacità analitica e serenità, portando alla
fine al raggiungimento della saggezza più alta, che vede la natura
delle cose come esse realmente sono, e concretizza l’Ultima Verità, il
Nirvana.
Esiste, in seno ai molti diversi rami del Buddismo, un’ampia varietà
di pratiche della meditazione. Tutte, tuttavia, mettono in risalto i
due seguenti componenti: “concentrazione ( samatha)”, unidirezionalità della mente e “chiara visione ( vipassana)”.
Nella meditazione di concentrazione ci focalizziamo su un singolo
oggetto, come ad esempio la respirazione, un mantra o un koan zen ( ),
con attenzione assoluta. Si tratta di coltivare l’autocontrollo
dell’attenzione attraverso il controllo della mente. Nel Buddismo la
mente viene spesso descritta come una scimmia ubriaca che corre
freneticamente dietro a sei finestre. Cinque di queste finestre
corrispondono alle impressioni sensoriali dei nostri cinque sensi e la
sesta corrisponde al nostro senso mentale delle impressioni create
internamente, inclusi pensiero e memorie. Nella maggior parte delle
persone, la scimmia corre senza alcun controllo da finestra a finestra.
Attraverso le pratiche di concentrazione, colui che medita impara a
controllare la scimmia e a tenere la propria coscienza focalizzata su
un oggetto di meditazione (Mikulas, 1981, pp. 333).
Uno degli esempi più noti, popolari e pratici della concentrazione
meditativa si chiama “piena consapevolezza del respiro” (anapanasati).
Noi inspiriamo ed espiriamo giorno e notte, tuttavia ce ne rendiamo a
malapena conto. Per meditare, sediamo fisicamente immobili in posizione
eretta attenti al fluire dell’esperienza di attimo in attimo –
prestando attenzione al processo respiratorio, notando in silenzio
l’inalazione e l’esalazione dalle narici e dall’addome. Lo sforzo non è
quello di controllare la respirazione, ma quello di concentrarsi su di
essa.
All’inizio è difficile prestare attenzione alla nostra respirazione
anche per pochi secondi di seguito. Più tentiamo di farvi attenzione,
più ci distraiamo. Compaiono ricordi, sogni ad occhi aperti, ansie. C’è
un fluire apparentemente infinito di pensieri, sentimenti e fantasie.
Di solito uno di questi attira la nostra attenzione e ci dimentichiamo
del momento presente.
Non appena ci rendiamo conto che la nostra attenzione si è
distratta, la riportiamo sulla respirazione. Come un bambino che
allunga la mano per prendere un giocattolo si stanca e ne prende un
altro, e poi un altro, così la nostra mente continua a passare da un
pensiero, un sentimento o una fantasia all’altro. Stranamente, il fatto
che notiamo di essere stati disattenti, lentamente produce una maggior
attenzione e focalizzazione (Rubin, 1999, pp. 7-8.).
Dopo un certo periodo di pratica, è possibile che ci rendiamo conto,
solo per una frazione di secondo, che la nostra mente è completamente
concentrata sulla respirazione, quando non udiamo neppure suoni vicini,
quando non esiste nulla di esterno. Questo momento fuggevole
rappresenta un’esperienza immensa, piena di gioia, felicità e serenità
(Rahula, 1959, pp.67-75).
L’esercizio della consapevolezza della respirazione, che è una delle
pratiche più semplici e più facili, può essere applicata ad ogni azione
della vita quotidiana. Le persone di solito non amano le azioni che
stanno compiendo. Esse vivono nel passato o nel futuro. Ciò è
particolarmente vero con i pazienti depressi. Benché sembri che essi
stiamo facendo qualcosa in questo momento, vivono in qualche altro
luogo nei loro pensieri, nei loro problemi e preoccupazioni
immaginarie, di solito nei ricordi del passato o nel desiderio e nelle
congetture per il futuro.
Il Maestro Zen vietnamita Thich Nhat Hanh ci dà le seguenti
istruzioni per praticare la consapevolezza: mentre lavate i piatti è
possibile che pensiate al tè che verrà dopo, così cercate di toglierli
di mezzo al più presto possibile per bere il tè. Ma questo significa
che siete incapaci di vivere il tempo in cui state lavando i piatti.
Quando lavate i piatti, lavare i piatti deve essere la cosa più
importante della vostra vita. Proprio come, mentre bevete il tè, bere
il tè deve essere la cosa più importante della vostra vita (Morvay,
1999, pp. 29-30).
Mano a mano che la consapevolezza diventa più chiara e più
focalizzata attraverso la meditazione consapevole, le persone provano
un senso di spaziosità psicologica. La totale attenzione incoraggia una
maggiore ricettività e armonizzazione verso l’esperienza interiore ed
interpersonale.
Ciò favorisce una visione più ampia della nostra esperienza. In
altre parole, la meditazione favorisce ciò che i Buddisti chiamano
non-attaccamento, uno stato mentale di non-avidità per cui coloro che
meditano non si mantengono così aderenti alle proprie opinioni. Questo
può aiutare a ridurre l’autocritica e a tollerare una più ampia gamma
di sentimenti senza sfuggirli, e a relazionarsi con sé stessi e con
altri con maggior flessibilità ed apertura. Aiuta molte persone, ad
esempio molti depressi, ad evitare di essere invasi da pensieri
indesiderati. E, cosa più importante, li aiuta a sopportare sempre più
la presenza di pensieri e stati d’animo deprimenti senza esserne
devastati. Il paziente depresso, cioè, sviluppa “la capacità di sentire
di avere la depressione, anziché sentire che la depressione ha lui” e,
da qui, la capacità di superare la propria depressione (Christensen,
1999, pp. 38).
Il secondo componente della meditazione è “la visione profonda”. La
meditazione di visione profonda è quella che sviluppa la capacità di
osservare obiettivamente tutto quello che appare nel nostro conscio
senza elaborarlo, senza reagire, senza identificarvisi o perdervisi.
Essa viene chiamata consapevolezza senza opzioni, nuda attenzione e
osservazione distaccata. Implica l’educazione all’osservazione globale,
obiettiva e non reattiva delle sensazioni, dei comportamenti nascosti e
dei relativi processi mentali, e infine delle esperienze del sé e della
volontà (Mikulas, 1981, p. 334).
Nella meditazione della visione profonda, ci occupiamo, senza
attaccamento o avversione, di qualsiasi pensiero, sentimento, fantasia
o sensazione somatica che proviamo. Lo scopo di questa pratica,
contrariamente a quanto comunemente si ritiene, è di non fare accadere
nulla, come il mettere a tacere o svuotare gli schiamazzi della mente,
ma di mettere in relazione ed esaminare qualsiasi cosa accada nella
nostra esperienza (non importa quanto doloroso). Si tratta di un metodo
analitico, basato su attenzione, consapevolezza, vigilanza e
osservazione, che vede la vera natura delle cose, prepara le basi per
la visione profonda nella fondamentale comprensione del sé,
dell’esistenza e della realtà e alla fine conduce alla realizzazione
dell’Ultima Verità.
4. La terapia di Morita
Come abbiamo discusso sopra, gli insegnamenti buddisti forniscono un
ottimo antidoto per le persone che soffrono di depressione. La “Terapia
di Morita” è un ben noto esempio dell’applicazione del Buddismo, in
modo particolare del Buddismo Zen, alla psicoterapia. La Terapia di
Morita è una tecnica terapeutica sviluppata dallo psicologo giapponese
Shoma Morita (1874-1938) nella prima parte del xx secolo. Molti dei
principi della Terapia di Morita sono basati sul Buddismo Zen. Morita
stesso era molto interessato al Buddismo Zen e ha avuto alcune
esperienze nel Buddismo Zen Rinzai sotto il Maestro Zen Shaku Soen,
l’insegnante di D. T. Suzuki. Il metodo di Morita è stato inizialmente
sviluppato come cura per una forma di psiconevrosi d’ansia e negli
ultimi decenni l’applicazione di questa terapia si è molto ampliata
nella cura della depressione e di altri disturbi mentali.
Ecco i principali concetti della psicoterapia di Morita.
1. Desiderio di vita: secondo Morita, la forza essenziale
dell’essere umano è il forte desiderio di vita. Il suo opposto è la
paura della morte, poiché entrambi sono aspetti della stessa energia.
Gli sforzi degli esseri umani per condurre una vita piena sono tutti
manifestazioni del desiderio di vita. Al tempo stesso, una delle
manifestazioni del desiderio di vita è la tendenza a temere limitazioni
e minacce al proprio benessere. Morita chiama questa tendenza “nota
ipocondriaca di base”. Questa tendenza è comune a tutti gli esseri
umani ma, nelle persone introverse e molto sensibili, può costituire il
punto di partenza di un processo che, alla fine, porta alla depressione
e alla nevrosi.
2. Interazione psichica: se si presta attenzione a qualche
sensazione, questa diventa molto netta; e grazie alla mutua interazione
di sensazione e attenzione, la sensazione diventerà sempre più
esagerata. Questo è un tipo di circolo vizioso che nasce dal fatto di
essere influenzati dalla propria ipersensibilità, ad esempio a
sentimenti di tristezza, impotenza, paura, confusione mentale,
insonnia, ecc.
3. Autosuggestione: l’autosuggestione aiuta a liquidare un problema
sotto forma di sintomo attraverso la formazione della convinzione che,
ad esempio, arrossire è anormale, e la ripetizione all’infinito di
questa convinzione, in modo tale da escludere la riflessione razionale.
Così si esclude la possibilità che l’attenzione si muova liberamente –
il che è una delle caratteristiche principali di una persona sana e
produttiva – ed è invece sempre concentrata sulle stesse idee.
4. Contraddizione di pensiero: le sensazioni e i sentimenti sono
parte integrante della vita umana; essi nascono, raggiungono il loro
apice e svaniscono. Morita chiama contraddizione di pensiero la
tendenza a confrontare un sentimento o una sensazione del presente con
lo stato ideale e a cercare con forza di realizzare questo stato ideale
anziché perseguire il compito del momento. Contraddizione di pensiero e
autosuggestione si coadiuvano nella formazione di nevrosi e
depressione.
5. Arugamama – Essere come si è: arugamama, letteralmente “come è”,
o se riferito a persona “essere come si è”, è il concetto centrale
della terapia di Morita e costituisce, al tempo stesso, lo scopo degli
sforzi terapeutici. Invece di sforzarsi per cambiare una data realtà,
si insegna al paziente ad accettare la realtà come è. Questo significa
che se si sente depresso, accetta il proprio sentimento di depressione.
Se si sente ansioso, accetta i sentimenti di ansia. Piuttosto che
indirizzare la propria attenzione e la propria energia sullo stato dei
suoi sentimenti, egli indirizza i propri sforzi verso il vivere bene la
propria vita (Rhyner, 1988, pp. 7-8).
Le idee-chiave del Buddismo Zen
1. La disciplina Zen consiste nel raggiungimento dell’illuminazione.
2. Per il Buddismo Zen l’illuminazione trova il proprio significato
nascosto nelle nostre particolari azioni concrete quotidiane, come
mangiare, bere, o gli affari di qualsiasi tipo.
3. Il significato così rivelato non è qualcosa aggiunto
dall’esterno. Risiede nell’essere stesso, nel divenire stesso, nel
vivere stesso. Ciò può essere chiamato “ciò-che-è”. La realtà è “ciò
che è”.
4. Alcuni potrebbero dire “non ci può essere alcun significato nel
semplice ciò-che-è”. Ma non è questo il punto di vista sostenuto dallo
Zen, perché secondo questa disciplina “ciò-che-è” è il significato.
Quando ci guardo dentro lo vedo chiaramente come vedo me stesso
riflesso in uno specchio.
5. Questo è ciò che ha fatto esclamare a P’ang Chu-shih, un
discepolo laico dell’ottavo secolo: “Com’è meraviglioso, com’è
misterioso! Io porto il combustibile, attingo l’acqua”.
Il portare il combustibile o l’attingere l’acqua, in effetti ogni
azione della vita quotidiana, sono pieni di significato, e per questo
pieni di meraviglia e di mistero.
6. Lo Zen, perciò, non indulge in astrazioni o concettualismi.
7. L’illuminazione è emancipazione morale, spirituale nonché intellettuale (Rhyner, 1988, pp. 8-9).
Avendo compresi i principi di Morita e del Buddismo Zen, possiamo
ora confrontarli. Prima Morita dichiara che la forza essenziale
nell’essere umano è il desiderio o la brama dell’esistenza. Secondo il
Buddismo la brama (per il piacere sessuale, l’esistenza, la non
esistenza) è uno dei principali fattori che trattengono gli esseri nel
ciclo della rinascita, o sofferenza.
Nella seconda fase, abbiamo la contraddizione del pensiero, causata
da un forte atteggiamento intellettuale, che etichetta un normale
fenomeno, ad esempio la timidezza davanti agli estranei, come anormale
e provoca un forte desiderio di liberarsi di questa timidezza. Si
presta maggior attenzione alla timidezza, che a sua volta si
intensifica (interazione psichica) e alla fine si trasforma in una
tensione depressiva.
Nel caso del monaco Zen, il suo desiderio di illuminazione lo
coinvolge in infiniti tentativi di risolvere il suo koan. Il koan è una
domanda provocatoria (ad esempio, “Qual era la tua natura prima che tu
nascessi?”) posta al monaco dal Maestro Zen. Il monaco tenta di
risolvere il koan con tutte le sue energie intellettive, continua a
concentrare il proprio pensiero sul koan, ma non è in grado di
risolverlo. Viene preso in un circolo vizioso e presto si trova ad un
punto morto che lo porta ad una più grande ansia e sofferenza. La sua
forma mentale gli fa credere che esista una soluzione razionale a
questo problema. Si focalizza ripetutamente sul koan e se lo ripete
infinite volte, che è lo stesso processo che Morita descrive come
interazione psichica ed autosuggestione.
Un altro punto in comune a questo livello è un atteggiamento
egocentrico. Secondo la teoria di Morita, è questo indirizzare
l’attenzione verso l’interno che, insieme all’atteggiamento
intellettuale, apre la via alla depressione e alla nevrosi. Ma Morita
non si spinge sino a dove arrivano i Buddisti che negano la realtà del
sé. È proprio l’atteggiamento mentale e la nozione di un sé ciò che
l’esercizio Zen vuole spezzare attraverso la meditazione e l’uso dei
koan.
Per quanto riguarda lo spezzare del circolo vizioso nevrotico,
Morita suggerisce al paziente di entrare direttamente nella propria
depressione, di divenire la propria depressione. Morita chiama questo
stato psichico in cui il paziente accetta le proprie sofferenze e
diventa un tutt’uno con esse “il conflitto psichico è emancipazione”.
In altre parole, nel bel mezzo della sua sofferenza, che egli ha tanto
cercato di sfuggire, lì sta la risposta.
Allo stesso modo il Buddismo ha un detto: “L’afflizione è
illuminazione (Klesa è Nirvana.)”. Cioè, nel bel mezzo della sofferenza
c’è l’illuminazione, la sofferenza e l’illuminazione non possono essere
disgiunte, come il fiore di loto che cresce nel fango. È evidente che
Morita ha esposto le sue scoperte psicologiche con parole del detto
buddista.
Veniamo ora al punto centrale della terapia di Morita, sia a livello
teorico che per quanto riguarda lo sforzo terapeutico: il concetto di
“come è”. Questo principio basilare significa vedere la realtà come è,
accettarla ed agire di conseguenza alla situazione attuale. La
realizzazione dello stato di arugamama (come è) nella terapia di Morita
corrisponde ad una completa guarigione. Ma essere guariti non significa
che il paziente non soffrirà più di depressione, paure o ansie. Egli
sperimenterà ogni tipo di emozione come prima. Ciò che cambia
attraverso la sua esperienza della terapia di Morita è l’atteggiamento
verso i propri problemi. Dove prima cercava di fuggire, ora è in grado
di accettare la paura come paura, l’ansia come ansia, il dolore come
dolore. Egli affronta la stessa realtà, ma è ora in grado di accettarla
come è.
Sia il paziente che il monaco Zen cercano con tutte le loro forze di
realizzare i propri ideali: il paziente vuole essere guarito risolvendo
il problema prodotto con le proprie mani, il monaco Zen vuole
raggiungere l’illuminazione risolvendo il suo koan. Nel perseguimento
dei propri ideali, entrambi sono interiormente divisi e non colgono
l’unica realtà manifesta. Rinunciando alla loro ricerca ed accettando
la realtà come è, la divisione tra paziente e sintomo, tra monaco e
koan, cessa di esistere ed al tempo stesso cessa di esistere la
situazione problematica, non c’è più un problema da risolvere (Rhyner,
1988, pp. 9-13).
In genere, più desideriamo qualcosa, più vogliamo avere successo,
più forte è il nostro timore di fallire. Le nostre preoccupazioni e
paure sono reminiscenze dell’intensità dei nostri desideri positivi.
Malgrado il disagio che le accompagna, le nostre ansie sono
indispensabili. Sarebbe folle cercare di liberarsi di loro. La terapia
di Morita non è realmente un metodo psicoterapeutico per liberarsi dei
“sintomi”. È piuttosto un metodo educativo per liberarsi delle
limitazioni che ci siamo auto-imposti. Per mezzo della terapia di
Morita impariamo ad accettare la naturalezza di noi stessi.
Per concludere riporterò la seguente citazione sull’illuminazione
dal Shobogenzo dell’eminente Maestro Zen Dogen, che illustra meglio di
ogni altra cosa la stretta relazione tra il principio del Buddismo Zen
e la terapia di Morita (Christensen, 1999, p. 37). Dice: “Studiare il
Buddismo è studiare il sé. Studiare il sé è dimenticare il sé.
Dimenticare il sé è essere un tutt’uno con i diecimila fenomeni. Essere
un tutt’uno con i diecimila fenomeni è liberare il proprio corpo e la
propria mente e quelli degli altri.”
Mi sembra che il consiglio della professoressa Shih a coloro che
presentano sintomi di depressione sia quello di studiare il sé e
dimenticare il sé. Per molti dimenticare è più difficile che ricordare.
Immagino che sarebbe bello che le persone ricordassero qualcosa di
piacevole e dimenticassero qualcosa di spiacevole.
Infine, vorrei aggiungere che, per salvaguardare la salute pubblica,
il mio governo ha incluso la depressione nel Programma Sanitario
Nazionale. Da parte non-governativa, il 9 dicembre 2001 è stato
costituita a Taiwan una “Associazione per la Prevenzione della
Depressione” per promuovere la conoscenza di questo problema e per
fornire consulenze per la sua prevenzione e la cura. Anche la Chiesa
Cattolica di Taiwan, insieme ad altre religioni, è fonte di aiuto per i
depressi.
Ven. Prof.ssa Heng-ching Shih,
Suora Buddista
Docente di Filosofia
National Taiwan University, Taipei.
S.E. Raymond R.M. TAI
Ambasciatore della Repubblica Cinese presso la Santa Sede  December 26 DEPRESSIONE, ANSIA,DISTURBI DEL COMPORTAMENTO ALIMENTARE CHE COSA HANNO IN COMUNE ?
- VENGONO ERRONEAMENTE CONSIDERATI "PICCOLA PSICHIATRIA"
contrapposta alla "grande psichiatria" che comprende le malattie che
hanno una più evidente componente biologica, come la schizofrenia, e
spesso vengono sottovalutati.
- COLPISCONO UN'ALTISSIMA PERCENTUALE DELLA POPOLAZIONE.
Una recente statistica U.S.A. dice che quasi il 50% delle persone viene
colpito, almeno una volta nella vita, da disturbi di Depressione o
Ansia. In Italia circa 5 milioni di persone soffrono di Depressione e 3
milioni di Ansia; ció significa più del 10% della popolazione (la
schizofrenia e i disturbi psicotici colpiscono circa lo 1 per mille
della popolazione).
- SI MANIFESTANO INIZIALMENTE CON SINTOMI AMBIGUI,
difficilmente individuabili come segni di una patologia; sintomi di
squilibrio dell'affettività e dell'umore (sono anche genericamente
definiti come "disturbi Affettivi o disturbi dell'Umore") che possono
assomigliare a normali stati d'animo in relazione ad eventi o
situazioni difficili e stressanti (disgrazie, lutti, incidenti,
insuccessi).
L'O.M.S. - ORGANIZZAZIONE MONDIALE DELLA SANITÀ ha definito questa situazione"scandalo della psichiatria", portando i seguenti dati statistici:
SOLO IL 40% DEI PAZIENTI RICEVE UNA DIAGNOSI CORRETTA, E DI QUESTI MENO DEL 20% VIENE CURATO CORRETTAMENTE, come si può essere curati oggi.
Esiste un problema della formazione e dell'aggiornamento dei medici; sia dello psichiatra che del medico di famiglia.
LA PSICHIATRIA MODERNA AFFERMA CHE:
- I disturbi dell'Umore, indipendentemente dalle possibili cause
scatenanti, devono essere considerati e trattati come vere malattie
organiche, determinate anche da fattori genetici.
- L'80 - 90% dei malati sono curabili con buoni risultati, se
la diagnosi e la terapia sono corrette, e possono ottenere una migliore
qualità della vita.
- La terapia farmacologica (i più recenti antidepressivi)
rappresenta uno dei grandi successi della medicina moderna per la cura
dei disturbi dell'Umore. Spesso la cura farmacologica va abbinata ad
una psicoterapia e ad un intervento di supporto sociale.
DEPRESSIONE, ANSIA e DISTURBI DEL COMPORTAMENTO ALIMENTARE COMPORTANO, SPESSO, GRAVISSIME CONSEGUENZE
Questi disturbi vengono vissuti sia dal paziente sia dalla sua
famiglia come una colpa, una vergogna da tenere nascosta; si pensa che
siano causati da debolezza di carattere, da rapporti sbagliati. Spesso il disturbo non viene riconosciuto ed il paziente non riceve una diagnosi per mesi, a volte anche per anni. Il
pesante pregiudizio contro i farmaci psichiatrici e la paura dello
psichiatra, che é lo specialista a cui bisogna rivolgersi, fanno sí che
il paziente non venga curato o venga curato in modo improprio (molti
pensano che debba reagire con la sua volontà). Questo porta
grandissima sofferenza e spesso gravi danni all'individuo e alla sua
famiglia e costi sociali molto elevati per la collettività.
- Per l'individuo: sofferenza personale, perdita di lavoro e ritiro
dalla vita sociale, emarginazione ed isolamento, forte rischio di
suicidio.
- Per la famiglia: sofferenza di tutto il nucleo familiare,
spesso separazioni, divorzi, grave rischio di episodi di violenza che
leggiamo nella cronaca.
- Per la collettività: perdita di forze lavorative,
assenteismo, licenziamenti (il 17% delle giornate lavorative perse
hanno questa motivazione). Si calcola che in Italia i costi indiretti
dei disturbi dell'Umore gravino sulla società per circa 5 miliardi di
euro (7/8 volte più alti dei costi diretti dei ricoveri, medicinali
ecc).
IN PARTICOLARE NEI GIOVANI E NEGLI
ADOLESCENTI UN PROBLEMA DI ANSIA O DEPRESSIONE NON RICONOSCIUTO E NON
CURATO PUÒ PORTARE ALLA TOSSICODIPENDENZA, NON COME DESIDERIO DI
TRASGRESSIONE, MA COME AUTOCURA. December 06  ......HOLA!, IO MI CHIAMO EDGHAR....MIAOOOOOOO... Sono le 23.20, dovrei già essere a letto per i ritmi costaricani, ma da quando è riapparso internet nella nostra casa (dopo troppo tempo) non posso fare a meno di dedicargli un pò del mio tempo prima di spegnere le luci. Dopotutto è come tenere un vasto diario online, pieno di interessi e varianti. Pensare che su Facebook sono in contatto con delle mie cugine che non vedevo e non sentivo da 20anni! Dovevo arrivare in Costa Rica per rialacciare i rapporti con le persone che vivevano a pochi km da me...ma pensa! Non sono una di quelle persone che passano ore ed ore nelle chat ad insultarsi o a discutere di cose poco rilevanti. I miei interessi "online" fanno parte della categoria dell'informazione, ed internet può soddisfare la mia fame di "conoscenza" dandomi a disposizione l'Enciclopedia Mondiale. Trovo stupendo poter fare ricerche sugli argomenti che più mi stanno a cuore e conoscere a fondo l'andamento del pianeta. Rendersi davvero conto che tutto stà cambiando rapidamente, e che non puoi dire "succederà fra..." ma " stà già accadendo, ora!" . Si, perchè i ghiacciai non stanno ad aspettare le nostre chiacchere, loro continuano il corso naturale di tutte le cose. Tutto questo dovrebbe dare una marcia in più ad ognuno di noi. Non possiamo più guardare passivamente ma trovare i mezzi per contribuire al miglioramento del nostro pianeta. L'unico inconveniente è che l'uomo in prima persona deve compiere un cambiamento profondo dall'interno di se stesso, ma per quanto se ne parli è evidente che non viene ben recepito.Anche solo partecipare alle "raccolte firme" di tutte le iniziative umanitarie mondiali fa la differenza! (fine 1°parte. Schiodo dal sonnooooo.....) December 02 Stasera io , mio marito Gianni e mio figlio Simone abbiamo guardato lo spettacolo di Beppe Grillo "Delirio" ed ho provato una grande compassione per il mondo ed i suoi abitanti.
Siamo di fronte a delle realtà inconfutabili verso le quali dovremmo davvero aprire gli occhi.
Amo l'Italia, ma sapendo la verità...quella vera, che qualcuno cerca di trasmetterci lottando per i diritti di un popolo, mi sento fiera della scelta fatta già 15anni fa, quando la Costa Rica una sera divenne il nostro sogno, e realizzata concretamente un'anno e mezzo fa.
Se ora vivessi in Italia mi sentirei come in prigione...e senza avvocato!
Sicuramente arriverei a combattere al fianco degli audaci di Grillo, adoro la ricerca della verità e credo fermamente che l'unione fa la forza, e Grillo dimostra agli italiani che non bisogna scappare dalla realtà ma che l'informazione può cambiare il "sentire" collettivo e trasformare un'intero stato. ( Ed è dimostrabile).
Io, per ora sono tranquilla.
Stò vivendo nel paese senza ESERCITO , nel paese indietro nel tempo, con carri trainati da buoi, strade sterrate e tanta tanta vegetazione!
Il paese del "gallo pinto" , della fiesta del tor, della serveza, della onde sa serfare, dei tramonti che tolgono il fiato, delle tartarughe, scimmie, serpenti, scorpioni, ecc...... e li stò conoscendo tutti. Ogni giorno è una scuola di "botanica e scienze" . Sciami di enormi libellule, insetti di tutte le spece, con dei colori incantevoli, ...non mi danno più fastidio.
Che dono fantastico poter osservare la natura in tutto il suo splendore naturale!
PURA VIDA A TUTTI!
Commentate se vi va, ok? November 18 Hola amici miei! Quanto tempooooo!!!! Ora però sarò più presente. Proprio oggi hanno istallato internet nella nostra nuova abitazione e posso tornare in contatto col resto del mondo. Che dire di nouvo? Tante cose, tanti cambiamenti. Innanzi tutto abbiamo cambiato casa. Ora viviamo in finca "Los Pargos" (proprietà di un'italiano di nome Aldo). Siamo nel mezzo della vegetazione, dove fuori a pochi metri dalla veranda passa un piccolo rio. Abbiamo anche due bei maialini che saranno la nostra scorta di carne per il prossimo periodo, senza contare i due gatti, uno dei due cani (poichè Dayla è morta di parto), e prossimamente una bella coppia di conigli. Adiacente alla casa abbiamo costruito un laboratorio dove produciamo pane, pizza e dolci, e devo garantirvi che il nostro pane è il migliore di tutto il Guanacaste! Settimana scorsa è stata inaugurata l'apertura di un nuovo Hotel con la presenza dei nostri prodotti, e non è avanzato nulla!!!! E' stata una sensazione meravigliosa aver scoperto nuove doti e capacità che mai in passatoavrei preventivato di adottare nel futuro. Ma è tutto vero. La nostra vita è completamente cambiata in meglio sotto ogni aspetto, dalla salute allo stato vitale e di conseguenza alla felicità che proviamo ogni giorno qualsiasi cosa accada. Perchè per un Buddhista la felicità è saper affrontare le sofferenze e trasformarle in opportunità. Come benzina per un motore. E nel momento stesso che sei pronto ad affrontare a testa alta qualsiasi ostacolo , tutto volge alla risoluzione più positiva e gli ostacoli stessi perdono la loro forza. Non so come avrei vissuto senza la pratica Buddhista. Sicuramente mi sarei persa in continuazione, come sempre è accaduto nella mia vita passata. Un continuo cadere nelle sofferenze e faticosamente risalire la cima. Molte volte ho pensato di non farcela, d'arrendermi, così impotente di fronte alle porte dell'"inferno". Ma qualcuno mi ha presa per mano aiutandomi, e dopo 20anni di psichiatria, psicoterapia e chi più ne ha più ne metta, ho deciso di prendere le redini della mia vita affidandomi alla recitazione del mantra : nam myoho renge kyo (titolo del Sutra del Loto) con la speranza di non rientrare mai più in un ospedale psichiatrico. Questo fu il mio primo obbiettivo se folevo amarmi e rendere la mia vita felice. Contavo i mesi, allo scadere del sesto mese di pratica mi sono resa conto che stavo benissimo, che non avevo avuto nessun sintomo di sbazi d'umore, che non stavo per essere ricoverata un'ennesima volta. Da quel giorno la mia vita si è evoluta. Non più depressione nè euforia, ne rabbia nè dolore, ma solo la consapevolezza della vita, della nostra impermanenza, dell'amore universale partendo dall'amore verso la propria vita. Da quel giorno quel suono (il mantra), quell'energia e quello stato vitale mi è rimasto dentro ed è la priorità della mia vita, perchè buddismo è "vita quotidiana", è causa-effetto, è il "qui e ora", distaccamento dalle illusioni fonte della sofferenza. Non chiedo di più dalla vita ora, vivo un presente d'amore e pace e qualsiasi problema mi si presenta lo affronto con la mente pulita. Alla prossima...devo andare! Pura Vida!a tuttiiiiiiiiiiiiiiiiiiii!!!!!!!!!!!!
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May 21 Vorrei ringraziare tutte le persone che fan visita a questo blog, anche se non ci conosciamo personalmente vi sento vicino.
Mi sento di descrivervi la mia esperienza con la pratica buddista e trasmettere ad ognuno di voi l'immenso potere del Gohonzon.
Ieri mio figlio (la voce diretta della verità) mi ha confidato che l'unica persona che nella sua vita ha visto cambiare in positivo e in tutto sono io, e non posso descrivervi la mia gioia per queste parole, perchè mi danno la conferma che il risultato della pratica è evidente nella vita di tutti i giorni e in qualsiasi circostanza.
Se prima mi sentivo intrappolata e sopraffatta dagli eventi negativi e vivevo costantemente momenti d'ansia e di depressione, oggi posso solo dire che tutto questo è svanito .
Oggi la mia felicità si irradia in tutto ciò che mi circonda.
Posso gioire anche degli ostacoli che mi si presentano, poichè sono il mezzo per crescere e compiere la mia rivoluzione umana.
Il mondo può cambiare se il cambiamento avviene principalmente in noi stessi. Non è facile abbattere credenze o legami derivanti da una cultura occidentale, come non è facile porsi davanti ad uno specchio e guardarsi dentro sapendo che tutto dipende da noi. Affrontare la propria rivoluzione umana significa principalmente essere responsabili della propria vita e delle proprie azioni senza affidare la nostra sorte al caso o al resto del mondo al di fuori di noi. Tutto parte da noi.
Io decido se farmi sopraffare dai problemi o se affrontarli e combatterli a testa alta e con coraggio.
Io decido se regalare un sorriso per ricerne altrettanti.
Io decido se oggi sarà una buona giornata indipendentemente dalle circostanze.
Io decido di rispettare la vita in tutte le sue forme e varianti, di rispettare ogni essere umano, la natura e tutto ciò che mi circonda.
Ma principalmente decido di rispettare la mia stessa vita e di amarla al di sopra d'ogni cosa.
Questo è essere buddista.
Se penso a quante persone vivono la sofferenza che solo fino a sei anni fa mi accompagnava il mio cuore si rattrista.
Quante persone sentiamo dichiarare "io sono felice"?
Ma non quella felicità che si prova quando vinciamo la lotteria o quando ci fanno un dono gradito, ma quella fekicità che ti avvolge e ti accompagna in tanti momenti della giornata.
Io , qui in costa rica, stò facendo una scorpacciata di sensazioni di autentica felicità.
Ogni volta che il mio sguardo incontra una scimmia, una farfalla, uno scoiattolo, un pappagallo, un'iguana, una tartaruga, un delfino, un tramoto, l'oceano, le piante e i fiori, non posso fare a meno di pronunciare nel mio cuore "nam-myoho-renge-kyo" , il ritmo universale della vita, la vera entità della vita, il senso della vita che non necessita di domande, teorie , ipotesi o leggende, ma è la vita stessa.
Tutto è vita e la vita è un ciclo identico per tutto ciò che esiste. Il ciclo di nascita e morte che permea l'universo.
Io ho deciso di credere in me stessa e su questo ritmo straordinario che mi pone sulla frequenza giusta, non potevo più fare affidamento su qualcosa al di fuori di me e residente solo nell'alto dei cieli. Ci ho provato ma mi è servito solo a peggiorare i sensi di colpa causati dalla depressioni. Non potevo più aspettare con lo sguardo rivolto al cielo tutte le volte che sentivo scivolare via la mia vita in quel nel tunnel degli orrori, perchè così era il mondo che vivevo nei momenti peggiori.
Tutto questo non posso dimenticarlo, ma ora posso ricordarlo senza provare quell'angoscia che mi serra la gola.
Il massimo della felicità per me , sarebbe che i miei adorati genitori accettassero serenamente la mia scelta religiosa. Non voglio il tacito assenso per sotterrare l'argomento, ma la serenità nei loro cuori. Nessuna religione può pretendere davere il monopolio della fede, la fede è un sentimento libero.
Io non condanno la religione cattolica e ne tutte le altre presenti sulla terra. Accetto e rispetto qualsiasi ideologia anche se non la condivido personalmente.
Ho solo compreso che la filosofia buddista e la fede nel buddismo era l'unico mezzo per elevare me stessa donandomi la capacità d'amarmi e rispettarmi prima d'ogni cosa.
E così è stato.
Ho rivoluzionato di nuovo tutto, ma questa volta con un 10 e lode!
E' così che mi sento dentro anche in questo istante.
Ora amo e comprendo anche la "Patty" che ero un tempo e che è stata la protagonista dall'82' al 2003.
Non che ora io non sia più "bipolare", ma mi attengo alle regole mediche ed assumo regolarmente gli stabilizzatori dell'umore, perchè buddismo è saggezza e realtà.
Tutto quel che prima era dipinto di grigio e nero ora è trasparente, nessun colore mi distoglie, ora vedo il mondo intorno a me così comè..... a colori!
A presto
Patty
Citazione
Buddismo Nichiren Daishonin - Karma
Relazione fra Karma e Sange
Nei principi buddisti il pentimento è chiamato sange e potremmo dire che questo passo insegna a comprendere un aspetto del significato di sange, cioè “assumersi la responsabilità”. Egli non ebbe bisogno di analizzare la causa dei disastri. Gli bastò credere nel maestro della Legge
Gosho:
Il prolungamento della vita
kaen jogo sho gosho zenshu pag. 985 gli scritti di nichiren daishonin vol. 4 pag. 87
Secondo la teoria del karma, qualsiasi caratteristica della vita individuale – la nascita, le caratteristiche fisiche e psicologiche, la famiglia, il luogo e le condizioni di nascita, l’ambiente sociale e naturale, gli eventi che formano la storia personale, le gioie e i problemi, gli incontri, le malattie e la morte – non sono frutto del caso, ma sono determinati da cause poste in precedenza. Tutte le cause accumulate attraverso il nostro comportamento sono “registrate” nella vita a un livello profondo, nell’ottava coscienza, detta in sanscrito alaya o “magazzino del karma”.
Il karma determina anche il modo in cui ci relazioniamo e reagiamo agli eventi che ci accadono; cioè orienta il nostro comportamento nel presente, che a sua volta diviene la causa karmica che si manifesterà nel futuro.
Dal punto di vista dello scorrere del tempo, la vita può dunque essere vista come un eterno flusso, determinato dalla legge del karma, in cui le cause poste producono effetti i quali, a loro volta, determinano nuove cause. Da questo punto di vista sembra assai difficile modificare anche di poco il flusso karmico, che assomiglia alla corrente impetuosa di un torrente che trascina a valle la nostra vita. In base alla sua capacità di influenzare la vita, il karma può essere distinto in mutabile e immutabile.
Il karma immutabile, che può essere sia positivo che negativo, deriva da cause molto forti create nelle vite passate. Ad esempio, vi sono quattro tipi di azioni che creano karma immutabile:
1) azioni derivanti da passioni e desideri incontrollabili o, nel caso del karma positivo, da una mente profondamente pura;
2) azioni, negative o positive, ripetute costantemente durante la vita di una persona [Il comportamento ripetuto crea una “tendenza karmica”];
3) azioni, negative o positive, rivolte al tre tesori del Buddismo;
4) azioni, positive o negative, rivolte ai propri genitori.
Il karma mutabile non si manifesta in un modo e in un momento predefinito, e può essere trasformato grazie alle proprie capacità personali. L’effetto del karma immutabile è invece prefissato, e compare in un momento preciso della vita di una persona.
Esempi di karma immutabile sono l’aspetto fisico e le caratteristiche di base della personalità di un individuo, l’apparire di una grave malattia e la durata della vita. Trasformare il karma immutabile è un’impresa estremamente difficile. Ma in questo brano Nichiren afferma che un pentimento sincero potrà sradicarlo. Il “pentimento” di cui parla il Daishonin (sange in giapponese) non ha nulla a che fare con il sentimento di rimorso per gli errori commessi. Pentirsi è prima di tutto riconoscere e accettare le proprie responsabilità riguardo al passato, al presente e al futuro. Questa presa di coscienza può sembrare un peso che non ci lascia via d’uscita: se abbiamo posto noi le cause che ci fanno soffrire non possiamo lamentarci, né accusare nessuno. Essa è invece la chiave per spezzare le catene del destino. Chiedere scusa al Gohonzon, alla propria natura illuminata, ha il valore sostanziale di riconoscere i propri errori, ma anche di assumersi la responsabilità di ricominciare, sforzandosi non solo di non ripeterli, ma di orientare i propri pensieri, le proprie parole e le proprie azioni in una direzione differente.
Sange è la lotta interiore da cui nasce il cambiamento delle proprie convinzioni e la trasformazione radicale della vita, chiamata rivoluzione umana. Il karma immutabile più difficile da sradicare è quello che deriva dall’offesa alla Legge, cioè dal disprezzo della propria Buddità e di quella degli altri. Per cancellare questa offesa occorre comportarsi in modo opposto: credere che la nostra vera natura sia quella forte e saggia di un Budda e agire attraverso la preghiera e lo shakubuku affinché essa si manifesti. La sofferenza che deriva dal karma immutabile può essere lancinante, e non possiamo certo far finta che non esista. Quando recitiamo Daimoku al Gohonzon non possiamo nasconderla o minimizzarla, ma nel contempo non dobbiamo lasciare che essa si identifichi con il nostro io. La nostra mente, influenzata dal karma, ci porta a credere che la nostra identità si consumi tutta lì, in quel dolore latente o manifesto, che non ci dà scampo. Noi soffriamo perchè le nostre prime sette coscienze sono influenzate dal karma, ma noi non siamo la sofferenza: il nostro vero mondo è quello del Budda, la nona coscienza chiamata amala ovvero “incorrotta”, libera dal karma. «Un metodo per trasformare l’energia karmica negativa in positiva – scrive Daisaku Ikeda – è accumulare una buona causa dopo l’altra. Ma non è un sistema pratico. Come continuando a mettere una pietra sull’altra a un certo punto rischiamo di farle crollare, così un nostro gesto potrebbe annullare tutte le buone cause. Soprattutto in un’epoca in cui la società è profondamente pervasa di energia negativa.
June 12 Buddismo e Società n.84 gennaio febbraio 2001Principi fondamentali: La diffusione del Sutra del Lotodi Sabina Guzzanti e Marina MarrazziDall’Illuminazione di Shakyamuni alla proclamazione di Nam-myoho-renge-kyo: le tappe principali di un unico cammino
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| Foto: Kyrk Kondyles | Secondo il Buddismo di Nichiren Daishonin i desideri terreni sono Illuminazione, non c’è sostanziale distinzione fra le illusioni e il nirvana, fra il Budda e i comuni mortali, fra la vita quotidiana e la realtà ultima, il Dharma, la Legge mistica. Forse ciò stride con l’idea che generalmentesi ha di questa religione, che rimanda all’allontanamento dal mondo, all’ascesi, a un profondo e ideologicamente strutturato disinteresse per le cose mondane, alla ricerca di un autoperfezionamento dai tratti un po’ estremistici, non alla portata di tutti. Eppure questi princìpi propagati da Nichiren si fondano su una tradizione antichissima, che risale agli insegnamenti di Siddharta, o Shakyamuni, il fondatore di questa religione. Il Buddismo ha un percorso lungo, complesso, difficile da decifrare. È difficilissimo anche tracciarne una semplice cronologia. Le date sono scarsissime: dai numerosi studi filologici si riesce difficilmente a dedurre persino la data di nascita di Shakyamuni, che probabilmente si aggira intorno al 500 a.C. Gli insegnamenti di Shakyamuni sono stati tramandati oralmente per secoli dai suoi discepoli prima di essere trascritti. Di qui una serie infinita di discussioni su quali siano originali, in che misura, quali siano le aggiunte postume. Shakyamuni stesso ha dichiarato di insegnare in modi diversi a seconda della capacità degli ascoltatori, e su questo concordano molti dei suoi principali commentatori. Tuttavia non c’è concordanza tra gli studiosi su quali siano, tra i numerosi insegnamenti trascritti, quelli più evoluti, più perfetti e quali quelli preparatori. Anche per questo motivo l’oggetto di quest’articolo non sarà una breve storia del Buddismo, bensì una breve storia della genesi di alcuni princìpi buddisti che stanno a fondamento della tradizione mahayana. Dall’ascesi alla vita Perché noi buddisti della Soka Gakkai non giriamo con la testa rasata e non seguiamo norme di comportamento severe per autoperfezionarci e non cadere nelle offese e nelle tentazioni? Perché non ci spogliamo di tutti i nostri beni materiali e non viviamo di elemosine? Il Buddismo ci autorizza a possedere una casa, chiedere un aumento di stipendio, andare in pizzeria, avere molte paia di blue jeans di colori diversi, e cose simili? Dove sta scritto che possiamo? Questa, che sembra una tipica domanda che si pone solo ai nostri giorni, in conseguenza di un presupposto annacquamento dello spirito originale, descrive in realtà un problema con cui il movimento buddista ha dovuto fare i conti fin dagli albori della sua storia. Il motivo di queste diverse interpretazioni sta nella differente risonanza che l’insegnamento di Shakyamuni produceva, in particolare a seconda che fosse diretto ai monaci o ai laici. Questi ultimi, ai quali mai l’Illuminato chiese di sottoporsi a regole particolarmente rigide, apprezzavano soprattutto il carattere egualitario e pertanto decisamente rivoluzionario del Buddismo, che aboliva le barriere e i privilegi di casta. Man mano che l’organizzazione monastica si consolidava, quelle barriere tendevano invece naturalmente a risorgere. Una conseguenza inevitabile della separazione dal mondo e della concentrazione rivolta unicamente alla disciplina e alla conservazione degli insegnamenti. La questione toccava degli aspetti talmente centrali che in occasione del secondo Concilio, appena cento anni dopo la morte di Shakyamuni, proprio su questo punto si ebbe il primo scisma all’interno dell’ordine buddista. Ma già ai tempi del primo Concilio, tenutosi probabilmente immediatamente dopo l’entrata di Shakyamuni nel nirvana, la questione si era presentata in termini simili: quanto porre l’accento sulla disciplina monastica e quanto invece adattare le regole alle esigenze dei tempi e della vita quotidiana per favorire la diffusione e la vitalità dell’insegnamento? Su questo si creerà una frattura che diventerà sempre più marcata nel tempo e che 500 anni dopo la morte del Budda porterà alla nascita del movimento mahayana (grande veicolo), di cui anche la Soka Gakkai fa parte. Questa corrente, composta in grande maggioranza da laici, operò una sorta di riforma con l’intento di ripristinare lo spirito originario del Buddismo, contrapponendosi ai Theravadin (insegnamento degli Anziani), che conosciamo anche come Hinayana (piccolo veicolo), il nome dato loro, com’è noto, dai seguaci del Mahayana. Nel Sutra di Vimalakirti, un testo che contiene essenzialmente confutazioni dell’insegnamento Theravada, a conclusione di un dibattito fra Vimalakirti e Manjushri sulla figura del bodhisattva, appare improvvisamente una dea che cosparge l’assemblea di fiori celestiali. I fiori caduti sui bodhisattva scivolano a terra, mentre quelli che cadono sui discepoli shomon (uomini di studio) rimangono appiccicati ai loro corpi. Questi, preoccupatissimi, cercano invano di staccarseli di dosso. Allora la dea chiede a Shariputra: «Perché cerchi di strapparti via i fiori?» E Shariputra risponde: «Cerco di liberarmene, o dea, perché fiori del genere non si addicono alla persona di un monaco». La dea allora gli spiega che i fiori non hanno alcun preconcetto riguardo alla persona più adatta a loro. E che, se si erano attaccati proprio su alcuni, era perché in loro dimoravano ancora preconcetti e pensieri discriminatori. Come si vede, si tratta di un contrasto che esiste da millenni, che ciclicamente riemerge all’interno delle comunità buddiste. Se davvero ci si propone seriamente di realizzare l’obiettivo di indicare a tutti gli esseri umani la strada per liberarsi dalla sofferenza e ottenere l’Illuminazione, osservano da sempre i laici assieme ai monaci più appassionati, bisogna elaborare un linguaggio e dei modelli di comportamento che si accordino con i tempi e la capacità di apprendimento delle persone che li abitano. Non come un compromesso, ma come occasione di costante rivitalizzazione di princìpi che per natura ed esplicita intenzione del loro fondatore non hanno senso se non possono radicarsi in persone vive e concrete. Perché Shakyamuni avrebbe adattato i suoi insegnamenti alla capacità di chi ascoltava se non fosse stato convinto che l’essenziale di quello che diceva era il potere che avevano le sue parole di condurre tutti senza eccezione alla liberazione dalla sofferenza? Al di là degli opposti La pratica buddista si chiama anche pratica della Via di mezzo. Questo concetto venne espresso già in uno dei primi insegnamenti di Shakyamuni, quando abbandonò la casa paterna e si spogliò di tutte le sue ricchezze per andare a cercare il senso della vita e le ragioni della sofferenza umana. Si ritirò nella foresta e praticò molto seriamente quelle che erano le vie ascetiche più dure di quel periodo. Benché fosse il più promettente tra i discepoli, tanto che alcuni suoi compagni già lo consideravano un maestro, a un certo punto capì che quella strada non lo avrebbe portato a trovare le risposte che cercava, e la abbandonò. Si lavò nel Gange, mangiò una ciotola di riso e latte offertagli da una ragazza, riprese le forze e di lì a poco ottenne l’Illuminazione. Nella prima predica rivolta ai suoi compagni asceti, che lo avevano accusato di aver abbandonato per debolezza le pratiche dell’autonegazione, Shakyamuni disse: «Vi sono due estremi in questo mondo, o monaci, che l’asceta dovrebbe evitare. Quali sono? Il dedicarsi ai desideri e l’indulgere al piacere dei sensi, che è cosa spregevole, bassa, depravata, ignobile e infruttuosa; la ricerca delle privazioni e della tortura, che è cosa dolorosa, ignobile, infruttuosa. Vi è una Via di Mezzo o monaci, scoperta dal Tathagata, che evita quei due estremi. Essa apporta la chiara visione e comprensione, conduce alla saggezza e alla tranquillità, al risveglio, all’Illuminazione e al nirvana…» (Daisaku Ikeda, La vita del Budda, Bompiani, p. 49). Praticare la Via di mezzo non significa semplicemente agire secondo il buon senso e trovare un equilibrio, per esempio, fra edonismo e ascetismo, libertà e organizzazione o quant’altro. Trovare questo equilibrio è solo una conseguenza, la manifestazione esteriore di una delle scoperte più rivoluzionarie del percorso buddista, ossia il superamento della visione dualistica. Il mistero della vita si risolve quando ci rendiamo conto che non si tratta di scegliere tra essere e non-essere, materia e spirito, vita e morte, assoluto e relativo, ma che ogni istante e ogni fenomeno contengono contemporaneamente gli aspetti che a una mente non illuminata appaiono come opposti. Ciò equivale a dire che siamo comunque dei Budda, a prescindere dal fatto che ce ne accorgiamo o meno. Questo è ciò che la scuola mahayana ha messo in evidenza dell’esperienza di Shakyamuni. Ma se siamo potenzialmente dei Budda, sorge una domanda: che cos’è la Buddità, e come ci si arriva? Cercando di mettere in pratica gli insegnamenti del Budda e di seguire il suo esempio vivente, e allo stesso tempo di cogliere sempre più perfettamente e in modo chiaro in che cosa consista quella “verità fondamentale che può essere compresa solo tra Budda”, cioè l’esperienza dell’Illuminazione, i suoi seguaci mahayana hanno disegnato un solco unico, profondo e nella sostanza perfettamente coerente. Un itinerario che parte dall’intuizione fondamentale di Shakyamuni, passa attraverso l’elaborazione da parte di alcuni grandi esponenti del Buddismo indiano del concetto di “vuoto” e di non-dualismo, si definisce ulteriormente con la formulazione della coincidenza di assoluto e relativo nel principio di ichinen sanzen operata dal Buddismo cinese della scuola di T’ien t’ai, e arriva fino a Nichiren, che individua nel titolo del Sutra del Loto l’essenza dell’esperienza di Shakyamuni e di tutti i Budda dell’universo. Guardiamo più da vicino le tappe fondamentali di questo percorso. Dall’Illuminazione al vuoto Durante la terza notte passata in meditazione sotto l’albero di Bodhi, a Buddhagaya, Shakyamuni raggiunse il massimo grado di saggezza, ottenendo la suprema Illuminazione «che trascende la vecchiaia e la morte, la preoccupazione e la contaminazione». I sutra degli Agama, alcuni tra i primi scritti del canone buddista, raccontano che le tre notti di veglia, durante le quali il Thatagata realizzò pienamente l’obiettivo che si era prefissato partendo dalla casa del padre, si conclusero con la comprensione della natura essenziale della vita, della verità più alta che spiega il funzionamento dell’intero universo. La maggior parte degli studiosi ritiene che questo stadio finale dell’Illuminazione coincise con la comprensione della legge di causalità, cioè la fondamentale interdipendenza di tutte le cose. Questo concetto di “origine dipendente”, spiegato da Shakyamuni con la formula dei “dodici anelli della catena della causalità”, rappresenta dunque la visione più profonda dell’esistenza, che permette di cogliere la continuità dietro la frammentarietà degli eventi, e l’eternità dietro la temporalità dei fenomeni contingenti. In questa percezione della realtà fondamentale non si nega esistenza al mondo mutevole dei fenomeni, e neppure si conferisce a tutto ciò che è manifesto la caratteristica di totale esistenza, come faranno le scuole dei Theravadin e dei Sarvastivadin del Buddismo antico. Infatti, tale movimento insisteva sulla fondamentale realtà di tutti i fenomeni, perdendo così il senso più profondo dell’Illuminazione di Shakyamuni, ovvero la coincidenza di realtà fondamentale e mondo fenomenico attraverso il contemporaneo essere e non-essere, nella catena della causalità. Queste considerazioni, che possono apparire eccessivamente teoriche, hanno in realtà implicazioni molto concrete e importanti. Infatti, proprio la convinzione che ogni aspetto del mondo fenomenico avesse una sua realtà precisa e definita rendeva impensabile credere che un essere imperfetto e pieno di difetti come un comune mortale potesse diventare un Budda nella sua forma presente. Da qui si capisce perché l’ideale dell’ arhat, ovvero del santo che può perfezionarsi continuamente ma non può aspirare alla Buddità, era l’ideale di quelle scuole monastiche che appunto si rifacevano a questa visione del mondo. Nella verità intuita da Shakyamuni era invece contenuto in potenza il concetto di sostanziale identità tra realtà fondamentale e realtà fenomenica. Un’intuizione che sarà elaborata e ampliata nel corso dei secoli successivi da grandi esponenti della corrente mahayana, diventando un filo conduttore di grandissima importanza per una tradizione che poneva l’ideale del bodhisattva al centro della propria esperienza spirituale. Ne è un esempio illustre, come si è già detto, il personaggio di Vimalakirti, simbolo del predicatore laico, descritto nel sutra che porta il suo nome. «Se un bodhisattva raggiunge l’Illuminazione», ovvero se si realizza la condizione di Budda in un comune mortale «allora il monte Sumeru, per quanto enorme e immenso, può star dentro a un minuscolo seme di senape senza che nulla rimanga fuori. Inoltre la veduta dal monte Sumeru rimarrà invariata, e le divinità custodi delle quattro regioni e i trentatré dèi che abitano sulla montagna rimarranno ignari d’essere entrati in un seme di senape. Solo coloro che sono ancora più illuminati di loro comprenderanno che il monte Sumeru è entrato in un seme di senape». Questo passaggio è l’esposizione della dottrina mahayanica della shuniata o “vacuità”, che permette di trascendere il dualismo fra gli opposti. Nel nono capitolo di questo sutra, intitolato Entrata nella dottrina della non-dualità, dovendo esporre la sua opinione riguardo al non-dualismo, Vimalakirti si limita a star seduto in silenzio, senza proferire parola. Il suo silenzio, «che è come il colpo di un tuono», indica che il regno della non-dualità esiste al di sopra e al di fuori di ogni discorso o luogo, dove il lavorio della mente si arresta. Secondo il racconto, in quel preciso momento i cinquemila bodhisattva riuniti in assemblea raggiunsero uno dei più elevati stadi di Illuminazione. La riflessione sulla non-dualità approderà in seguito a un punto cruciale nella Dottrina mediana ( Chu-ron) che il monaco Nagarjuna, originario dell’India meridionale, scrisse intorno al 250 d.C. Nel prologo si legge: «La produzione condizionata / che non viene distrutta, / non viene in essere, / non cessa, / non è eterna, / non è singola, / non è plurima, / non giunge, / non si allontana - / questa è la più alta virtù / che trascende la vuotezza delle parole: / proprio così insegna il Budda. / Io lo saluto, / giacché è l’eccelso / fra i commentatori della Via». Questa è l’esposizione della dottrina del Sentiero mediano dell’ottuplice negazione: attraverso la negazione di ogni possibile concetto (e del suo contrario) si arriva alla comprensione della shuniata o “vacuità”, cioè il vuoto come viene concepito dalla scuola mahayana. Questo vuoto, o ku, a cui Nagarjuna giunge attraverso il processo di negazione, non è un puro e semplice “nulla”. È vuoto, “vacuo”, in quanto è stata negata ogni possibile caratteristica che di solito si usa per descriverlo. Un semplice nulla sarebbe solo una “non-esistenza”, mentre la “vacuità” della dottrina mediana è un nulla che trascende sia l’essere sia il non-essere. Inoltre, questa “vuotezza” spiegata da Nagarjuna è diversa dal nulla da cui nulla può nascere: è invece una infinita potenzialità, da cui può originare qualunque cosa, a seconda delle cause che intervengono. Anche in questo caso, al ragionamento puramente filosofico sono legati concetti che avranno conseguenze importanti per la corrente del Buddismo mahayana, che sono arrivati fino a noi e su cui oggi basiamo gran parte delle nostre convinzioni. Concetti che derivano direttamente dalla dottrina dei “dodici anelli della produzione condizionata” o catena della causalità predicata da Shakyamuni. Lì egli diceva infatti che non esistono esseri o avvenimenti del tutto separati fra loro, e che tutti gli esseri e gli avvenimenti sono reciprocamente vincolati dalla catena della causalità. Nagarjuna spiega lo stesso concetto attraverso il processo di continua negazione: la dottrina del sentiero mediano è un tentativo di descrivere l’interdipendenza dei fenomeni a partire dalla potenzialità, definendo vuote tutte le cose che hanno una “origine relativa”, ossia una natura dipendente e non definita all’interno di confini precisi. Dal “vuoto”
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| Foto: Kyrk Kondyles | a ichinen sanzen
Circa 250 anni dopo Nagarjuna, all’inizio del VI secolo d.C., in Cina la scuola mahayana era fiorente, dopo esservi penetrata a più riprese e con alterne vicende a partire dal I secolo d.C. attraverso l’Asia Centrale. In quest’epoca il Sutra del Loto cominciò a rappresentare, per molti di coloro che cercavano di approfondire il senso degli insegnamenti di Shakyamuni, il testo più importante. Dobbiamo all’elaborazione e all’approfondimento di alcuni monaci cinesi dell’epoca se noi oggi abbiamo conservato il testo del sutra e tanti suoi commentari che ne facilitano la comprensione. Nelle Ulteriori biografie di monaci eminenti, scritto da Tao-hsuan all’inizio del Seicento, si legge che il monaco Hui-ssu, nato nel 515 nella Cina settentrionale, lesse ben mille volte il Sutra del Loto per penetrarne a fondo l’autentico significato. Ma, consapevole del fatto che la vera comprensione non si ottiene con l’intelletto, era alla ricerca del modo giusto di meditare per ottenere l’autentico Risveglio. Dopo molti anni di studio e di pratica sperimentò la vera Illuminazione, attraverso la “meditazione del Sutra del Loto.” In cosa consisteva tale pratica? Hui-ssu conosceva a fondo il concetto di shuniata o “vacuità” esposto da Nagarjuna, e grazie alla meditazione su tale principio riuscì a trascendere i limiti del pensiero dualistico e a rendersi conto dell’identità fra persone comuni e Budda, intuendo che i semi dell’illusione sono in realtà i semi del risveglio, e che tutti gli esseri viventi partecipano della medesima natura di Budda. Scoprire che ogni essere umano ha a disposizione una strada che lo può portare alla felicità assoluta e che le sofferenze innate legate all’esistenza mortale possono essere comprese e superate da tutti nella vita presente, scoprirlo con l’evidenza di una verità chiara e indubitabile: questa fu la sua illuminazione, la stessa che Shakyamuni aveva sperimentato circa mille anni prima, e che molti altri nel frattempo e dopo di lui avrebbero raggiunto. Quando Hui-ssu, ormai anziano, si ritirò sul monte Ta-su, a ovest dell’odierna Shangai, anche per sfuggire agli attacchi di molti avversari che contrastavano la sua predicazione del Sutra del Loto, venne raggiunto da un monaco ventitreenne, che condivideva la convinzione della superiorità di questo sutra. Il giovane Chih-i, nel corso dei sette anni trascorsi vicino al maestro, si illuminò all’autentico significato del Sutra del Loto. Quindi lasciò il monte Ta-su per intraprendere una serie di studi e di lezioni sui ventotto capitoli del sutra. Chih-i T’ien-t’ai (quest’ultimo è il nome con cui lo si conosce oggi, dall’omonimo monte dove risiedette per un certo periodo), oltre a essere spinto dal desiderio di svelare ogni passaggio dello scritto, aveva una spiccata abilità analitica, e dedicò molte delle sue lezioni alla classificazione delle diverse parti e all’analisi dettagliata del significato del sutra. Questi studi vennero raccolti in tre testi fondamentali, Le parole del Sutra del Loto ( Hokke mongu), Il significato profondo del Sutra del Loto ( Hokke gengi), e La grande contemplazione ( Maka shikan). Quest’ultima opera contiene la formulazione del principio di ichinen sanzen, un ulteriore approfondimento, raffinatissimo, del concetto di “vuoto” e della relazione tra realtà fondamentale e realtà dei fenomeni, tra assoluto e relativo. Nel pensiero di Chih-i i dieci mondi dell’esistenza, le condizioni di vita dall’Inferno alla Buddità che nel Buddismo primitivo si escludevano a vicenda, si moltiplicano secondo vari fattori, fino a un totale di tremila possibili mondi, cioè tremila condizioni in cui la vita può manifestarsi. Tutti questi tremila possibili mondi sono presenti in ciascun istante o “momento di vita” dell’individuo. Il concetto di ichinen sanzen spiega perciò come sia possibile per tutti accedere a ognuna di queste condizioni, Buddità compresa, perché sono tutte potenzialmente presenti. Raggiungere la condizione di Budda, ovvero la piena consapevolezza di questa realtà, è possibile attraverso le pratiche di meditazione descritte nella Grande contemplazione: “arrestare” il pensiero sul regno della verità, e “vedere”, cioè realizzare nella mente, tale verità. Arrestare il pensiero perché questo non sia dentro uno dei tremila possibili mondi, ma “veda” la verità dell’esistenza di tutti i tremila mondi cogliendola in una frazione di pensiero, in una infinitesima frazione di tempo. Circa 150 anni dopo, Chan-jan Miao-lo, un seguace della scuola di T’ien-t’ai, ampliò e approfondì le dottrine avanzate dal maestro, compilandone dei commentari che ne resero possibile una migliore comprensione e quindi la successiva diffusione anche al di fuori della Cina. In base a una dottrina che egli espose nel Sommario della grande contemplazione, Miao-lo sostiene la possibilità di considerare unici o identici termini apparentemente antitetici, come corpo e mente, puro e impuro, realtà della vita e sue circostanze ambientali, invariabilità eterna e costante variabilità. Secondo tale dottrina, «i diecimila fenomeni sono la stessa cosa della Verità eterna, poiché ne spartiscono la natura di invariabilità, e la Verità eterna è la stessa cosa dei diecimila fenomeni, poiché ne spartisce la natura di mutevolezza». In base a questa constatazione, egli aggiunge che la mente individuale, contenendo entrambi gli aspetti di assoluto e fenomenico, di invariabilità eterna e variabilità secondo le circostanze, può abbracciare tutti i fenomeni dell’universo, dando per così dire una forma compiutamente filosofica alla possibilità di ogni essere umano (ma anche di ogni essere senziente e insenziente) di raggiungere la condizione illuminata, di vibrare nell’esperienza assoluta e senza tempo. Di essere Budda. Da ichinen sanzen a Nam-myoho-renge-kyo Cinquecento anni dopo Nichiren Daishonin individuò nel titolo del Sutra del Loto, Myoho-renge-kyo, l’essenza dell’intero sutra, la Legge mistica, la vera entità di tutti i fenomeni. Alla luce del percorso delineato, le affermazioni di Nichiren su cui si fonda il concetto che i desideri sono Illuminazione e che possiamo raggiungere la condizione di Budda in questa nostra vita acquistano spessore storico. Dimostrandosi allo stesso tempo rivoluzionarie, nuove dunque, e profondamente radicate nella millenaria tradizione del Buddismo mahayana. Nel Gosho I desideri terreni sono Illuminazione, riprendendo le parole del sutra, Nichiren scrive che «Tutti i fenomeni sono manifestazione della Legge e sono eterni» e aggiunge: «L’entità di tutti i fenomeni non è altro che Nam-myoho-renge-kyo». Non solo, nel Gosho Il raggiungimento della Buddità in questa esistenza dichiara che «recitare Nam-myoho-renge-kyo ti permetterà di afferrare la mistica verità dentro di te». E nello stesso scritto spiega: «Cosa significa myo? È semplicemente la misteriosa natura della nostra vita di momento in momento, che la mente non può comprendere e le parole non possono esprimere. Se guardi nella tua mente in qualsiasi istante non puoi percepire né un colore né una forma per verificarne l’esistenza. [...] La vita è veramente una realtà inafferrabile che trascende sia le parole che i concetti dell’esistenza e della non-esistenza. Non è né esistenza né non esistenza, e comunque ha la caratteristica di ambedue. È la mistica entità della Via di mezzo, che è la realtà di tutte le cose. Myo è il nome dato alla misteriosa natura della vita e ho alle sue manifestazioni. La meraviglia di questa Legge è semplificata da renge, il fiore del loto. Una volta compreso che la tua vita è la Legge mistica, comprenderai che lo è anche la vita di tutti gli altri. Tale comprensione è il mistico kyo, o sutra. È il re dei sutra, la diretta via all’Illuminazione, poiché spiega che l’entità della nostra mente, dalla quale sorgono sia il bene che il male, è in realtà l’entità della Legge mistica. Se hai una profonda fede in questa verità e reciti Myoho-renge-kyo sicuramente raggiungerai la Buddità in questa esistenza». June 10
Che cos'è il Gohonzon?
Il giorno che riceviamo il Gohonzon è un avvenimento molto importante perché da quel momento in poi confermiamo la decisione di intraprendere una meravigliosa strada, quella della fede, che ci porta alla Buddità. Ma cosa c'è scritto nel Gohonzon, che è la nostra vita? Al centro di questa pergamena sono iscritti i sette caratteri di Nam-myoho-renge-kyo, seguiti dal nome Nichiren per indicare l'identità di persona e Legge. Gli altri ideogrammi sono per lo più nomi di personaggi scelti dal Daishonin per rappresentare tutte le funzioni positive e negative inerenti alla nostra vita, ma «illuminate dai cinque caratteri della legge mistica, rivelano la natura illuminata che possiedono intrinsecamente» (Il vero aspetto del Gohonzon, SND, 4, 202). Quindi recitare Nam-myoho-renge-kyo di fronte al Gohonzon in qualsiasi condizione spirituale o materiale nella quale ci troviamo, ci permette di innalzare il nostro stato vitale e manifestare la nostra Buddità: è la Cerimonia nell'aria alla quale prendiamo parte tutte le volte che facciamo Gongyo e Daimoku. In molti suoi scritti il Daishonin ci indica uno dei fattori più importanti per sviluppare la nostra fede nel Gohonzon e poterlo comprendere e cioè che non è qualcosa che esiste staccato da noi. Ad esempio nel Gosho Il raggiungimento della Buddità in questa esistenza afferma: «Tuttavia, se reciti e credi in Myoho-renge-kyo, ma pensi che la Legge sia al di fuori di te, stai abbracciando non la Legge mistica ma qualche insegnamento imperfetto» (SND, 4, 4). In un certo senso tutto ciò è veramente difficile da comprendere, dal momento che noi tutti percepiamo il Gohonzon come un oggetto del nostro ambiente e siamo naturalmente portati a fare una distinzione tra ciò che sta dentro di noi e ciò che è al di fuori. Recitare rivolgendosi a qualcosa "al di fuori" somiglia in qualche modo all'idea di venerare un idolo. L'uomo per troppo tempo ha continuato a tracciare una linea di demarcazione tra queste due cose, è tutto ciò è stato sempre causa di enormi sofferenze, credendo che la risposta ai problemi dell'esistenza stesse nel modificare l'ambiente piuttosto che in un cambiamento radicale e profondo della propria vita. Siamo noi, e solo noi, che possiamo cambiare ogni situazione, anche la più disperata ed è per questo che è importante proteggerlo, perché è l'unico mezzo che abbiamo per fare la nostra rivoluzione umana. La cosa fondamentale che il Daishonin ci insegna è che per far "funzionare" il Gohonzon dobbiamo sempre guardare noi stessi perché il suo grande potere si trova nell'incredibile saggezza e fortuna che quando recitiamo Gongyo e Daimoku sgorgano dalla nostra vita. Quindi non dobbiamo commettere l'errore che facciamo spesso nei riguardi della pratica buddista, cioè oltre a credere che il Gohonzon sia al di fuori di noi, pensare che la Buddità si trovi in qualche altro posto o situazione; dovremmo riflettere su questi aspetti, sia che si pratichi da poco tempo o da tanti anni altrimenti come ci ricorda il Daishonin: L'unicità di corpo e mente
Il filosofo greco Anassagora (500-426 a.C) immaginò un principio, chiamato mente, in grado di fornire alla materia il suo peculiare ordine. Secondo la sua visione, infatti, tutta la realtà è dualistica, costituita da mente e materia. René Descartes, il filosofo e matematico francese del diciassettesimo secolo che affermò, “Penso, dunque sono” (in latino “Cogito, ergo sum”), tracciò una netta distinzione tra mente e corpo. Per Descartes, la mente era una sostanza immateriale responsabile del pensiero razionale, dell’immaginazione, del sentimento e della volontà. Il corpo era legato alla sfera materiale. Tutta la materia era completamente soggetta alle leggi della fisica, tranne il corpo che era influenzato anche dalla mente umana, o volontà, anche se è un’entità distinta. Il dualismo mente-corpo di Descartes costituì per il pensiero occidentale il lavoro di preparazione alla separazione tra teologia e scienza, materialismo e spiritualismo, corpo e mente. Egli sostenne la distinzione, nell’ambito della scienza, tra fenomeni fisici o malattie e quelle di natura mentale o emotiva.
L’idea di una separazione corpo-mente continua a esistere a un certo livello, ma è una distinzione che ha iniziato a sbiadire con il progresso della scienza e della medicina. L’“unicità di corpo e mente” è un concetto centrale nel Buddismo. “Corpo” qui indica i fenomeni fisici, che possono essere concretamente visti. “Mente” indica i fenomeni mentali e spirituali, come tali invisibili. “Unicità” non significa che corpo e mente sono assolutamente identici. È una traduzione di un termine giapponese che significa “non due”, o non dualità. Esso stesso è una contrazione di un termine più esteso dal significato di “due ma non due”. Questo significa che, mentre corpo e mente - fisico e spirituale - sono due classi di fenomeni distinte, sono anche aspetti di una stessa cosa: hanno entrambi origine nella comune radice della vita stessa, nella realtà ultima o legge della vita. Quando ci dedichiamo a questa Legge attraverso la pratica buddista, attingiamo alla sorgente della forza vitale cosmica da cui derivano gli aspetti fisici e spirituali della vita. In questo modo arricchiamo, armonizziamo e rivitalizziamo le nostre individualità fisiche e spirituali, i nostri corpi e le nostre menti.
Nell’ultimo quarto del Novecento è stato stabilito che determinati tipi di cellule nel sangue e nel corpo, dette cellule “natural killer” (NK), giocano un ruolo importante nel combattere il cancro e le infezioni virali, uccidendo le cellule anormali o infette. Un aumento del livello di NK nel corpo indica una più elevata probabilità di sconfiggere simili malattie. È sempre più dimostrato che l’umore e il temperamento influenzano la concentrazione di cellule NK nel sistema di una persona. Un recente studio della Indian State University, intitolato “L’effetto della risata sullo stress e la citotossicità della cellula natural killer”, conferma gli effetti dell’umore e della risata sulla riduzione dello stress e sull’incremento della capacità del corpo di combattere la malattia. Le sue implicazioni sono: “Questo studio indica che la risata ha il potenziale di ridurre lo stress e di migliorare temporaneamente l’attività NK in un campione di donne sane. In caso di prognosi meno soddisfacenti viene registrata una bassa attività NK: l’umore potrebbe essere una terapia complementare nella cura di persone affette da cancro, ma sono necessarie ulteriori ricerche per determinare l’effetto della risata sull’attività NK nelle persone con questo tipo di malattia”. Tale ricerca sembra confermare il lavoro pionieristico sugli effetti dell’umore sulla salute, studio portato avanti dal dott. Norman Cousins e altri, che dimostra la crescente consapevolezza scientifica della connessione mente-corpo.
Anche nel quotidiano assistiamo a numerosi esempi evidenti del legame tra mente e corpo. Ad esempio, quando siamo sorpresi o impauriti, i nostri volti impallidiscono. Questo avviene perché la paura provoca la compressione dei vasi sanguigni, diminuendo l’afflusso di sangue alla pelle. Inoltre, si pensa che lo stress emotivo contribuisca alla formazione di certi tipi di ulcere digestive – cioè lesioni della parete interna dello stomaco, duodeno o intestino.
Gli esempi sopra indicati illustrano come un mutamento spirituale può apportare un mutamento fisico. Ma anche più immediati sono gli esempi in cui è un mutamento fisico a provocare un cambiamento nella mente o nello spirito. Un semplice mal di denti può cambiare il nostro intero aspetto, rendendoci irritabili o persino intrattabili. Un altro esempio evidente di cambiamento fisico con dirette conseguenze sullo spirito è l’assunzione di alcool: essendo una sostanza chimica che influenza direttamente il metabolismo del corpo, l’alcool può rendere estroversa una persona altrimenti timida, o anche conflittuale.
Il fatto è che ogni sentimento umano, ogni pensiero ha una sorta di manifestazione fisica – anche se limitato a un sottile mutamento elettrochimico nel cervello o nel sistema nervoso. Il Buddismo sottolinea questo profondo legame fra l’aspetto fisico e spirituale della vita e che essi non possono essere curati distintamente ma nel loro insieme.
Per chi è addentro alla spiritualità e ne ha fatto esperienza, non ci sono tanti dubbi sul fatto che dietro la realtà fenomenica materiale (organica e inorganica) in cui viviamo immersi, così come dietro le dinamiche delle nostre vite, esiste una specie di Essenza assoluta. Come una radiazione di fondo, un flusso che soggiace a Tutto, lo struttura e lo sostiene secondo dinamiche ben precise, purtuttavia senza farne parte. Senza essere afferrabile e codificabile in modo definitivo.... Questa Essenza Ultima è stata da sempre percepita dagli uomini, che l' hanno concettualizzata e chiamata in vari modi, pur trattandosi di qualcosa che è oltre il ragionamento, il linguaggio, la constatazione empirica scientifica. Nelle religioni giudaico-cristiane, così come nell' Islam, tanto per fare esempi noti, questa specie di Essenza Ultima è stata concettualizzata in un essere antropomorfico (Jahvè, per gli Ebrei, poi il Dio cristiano e Allah per i musulmani); nelle religioni orientali invece si pensa più a un flusso, una vibrazione, un livello profondo di tutte le cose che le collega tra loro, appunto una specie di Essenza primigenica (il Tao per i cinesi, Il Brahman per i Veda, la Legge Mistica per il Buddismo - in particolare per quello di Nichiren Daishonin).... Sono due modi per riferirsi alla stessa qualità che permea tutto e lo regola. Il Buddhismo pensa all' universo come a una gigantesca entità che si muove secondo ritmi ben precisi, con tutto quanto comprende, noi inclusi ovviamente. Vi è una Legge dietro, che è la stessa per tutto. Impossibile afferrare con la mente questa Legge. Ma prima o poi, quasi tutti noi, in un momento delle nostre vite, ne facciamo l' esperienza....Per pochi, brevissimi attimi, la tocchiamo, ci allineamo a essa, che ne siamo consapevoli o meno. In realtà siamo sempre un tutt' uno con tale Essenza, ma non lo sappiamo, non lo sentiamo.... Vi sono vari mode e Vie per interagire con questa Legge, per riferirsi a essa, per codificarne il concetto, per sentirne l' energia. Secondo il monaco buddhista Nichiren Daishonin il modo migliore per chiamarla, evocarla, entrarvi in interazione, è recitare il mantra
Nam myoho renge kyo.
Molti agnostici o atei fondametalisti classificano la spiritualità - e le religioni in genere - come una "stampella psicologica" contro la paura del nulla e della morte. Mi sembra un po' troppo superficiale come lettura: è tutto relativo. Indubbiamente in parte e spesso il senso religioso è dettato dal bisogno di creare la prospettiva, la speranza di un "dopo" la cessazione della vita fisica (ma riguarda più che altro noi occidentali). Ci sono altre motivazioni però. Il senso spirituale può svilupparsi e scaturire da ben altri stimoli e/o esperienze, ricerche, percezioni, delle quali la paura della morte non è necessariamente lo stimolo assoluto. Non si può ridurre la spiritualità (e ce ne sono tante di spiritualità e concezioni) a un puro surrogato superstizioso solo perchè non ci si crede o non se ne conosce abbastanza.
In alcune correnti del buddhismo, per esempio, non c' entra assolutamente nulla la paura della morte, del grande "niente", tant è vero che le pratiche meditative sono volte ad arrivare propio alla totale estinzione, l'annullamento del propio "Io" nel nirvana. Questo partendo dal concetto che "dopo" c è una continuità (metafisica e fisica - la reincarnazione) da cui è auspicabile liberarsi, uscire. Come a dire: "guarda che dopo non c è il nulla, ma sarebbe meglio che ci fosse ed è il nostro obiettivo ottenere quella condizione di....nulla". Bisogna separare la superstizione, il senso religioso di basso livello, dallo spirito di ricerca, dalla percezione che il senso della realtà, delle cose, del tempo, del nascere e del morire è forse molto più profondo e vasto di quello che noi sappiamo e/o vediamo. Io non credo che millenni di sviluppo di religioni e vie spirituali, soprattutto in Oriente, sia nato sul nulla, o su motivazioni terra-terra: se uno si prende la briga di studiarci sopra ed approfondire scopre - ad esempio - che l' odierna scienza, la fisica atomica, è costretta ad arrivare alle stesse conclusioni scritte nei testi sacri dell' induismo e del buddhismo riguardo la natura della materia.... (cioè del fatto che "non esiste", pura questione di energia). Poi la morte resterà sempre la prova del "nove", dalla quale però nessuno è mai tornato per dirci cosa c' è dopo. Come ha detto poco tempo fà un famoso scrittore di cui non ricordo il nome, che ha pubblicato un libro su questi argomenti: "Da una parte non posso fare altro che constatare che il genere umano si differenzia da tutte le specie animali per la sua consapevolezza della propia morte, della fine fisica della vita. Ed è l' unica specie vivente che fà processioni e costruisce chiese e templi. Questo non può non farmi riflettere. Dall' altra parte, osservando l 'universo, le leggi fisiche e biologiche, la natura e la vita, non posso non pensare a qualcosa dietro alla straordinaria bellezza e complessità di tutto ciò.
Nam: Dedizione. Dedicare la vita a questa Legge attraverso la fede, la pratica e lo studio.
Myoho: Legge mistica. Come Nichiren Daishonin spiegò in uno dei suoi scritti: “Cosa significa quindi myo? E’ semplicemente la misteriosa natura della nostra vita di attimo in attimo, che la mente non riesce a comprendere o le parole ad esprimere".
Renge: Letteralmente, “fiore di loto”, che nello stesso momento produce semi e fiorisce. Esso rappresenta la simultaneità di causa ed effetto.
Kyo: Suono o insegnamento. E’ la trasmissione dell’insegnamento del Buddha.
"La recitazione di Nam-myoho-renge-kyo (Daimoku), che è il nome della Legge mistica che regola la vita nell’universo, è la pratica fondamentale. Quando invochiamo il nome della Legge mistica, armonizziamo le nostre vite al ritmo perfetto dell’universo; il risultato è un accresciuto stato vitale, saggezza, compassione e buona fortuna per affrontare le sfide della vita. La recitazione deve essere fatta con ritmo dinamico, anche se la mente vaga è importante cercare di essere concentrati concentrandosi sul suono e sul ritmo. La recitazione è una preghiera e in quanto tale va affrontata con serietà e con un atteggiamento dignitoso. La preghiera è il mezzo per attingere alla Legge della vita presente in ognuno di noi".
"La recitazione del Daimoku non è né una forma di meditazione né “pensiero positivo” sebbene abbia in sé i benefici effetti di entrambe queste pratiche e molto altro. L’essenza della recitazione di Nam-myoho-renge-kyo consiste nell’azione stessa di affermare la nostra natura di Budda attraverso la frase che pronunciamo. La meditazione o il “pensiero positivo” non hanno come obiettivo l’ottenimento della Buddità e non è possibile esprimere la propria Buddità con questi mezzi. La meditazione serve a centrare i nostri pensieri ed a rilassarci. Il “pensiero positivo” mira ad ottenere risultati favorevoli grazie ad uno stato positivo della mente. Anche se entrambe queste “tecniche” posseggono un proprio valore, esse da sole non possono cambiare quegli elementi fondamentali della nostra vita cui sono legate la nostra infelicità o le nostre insoddisfazioni; il karma. Tali pratiche non hanno alcuna influenza sul nostro karma. La meditazione è una pratica più passiva della recitazione del Daimoku; consiste nel calmare la nostra mente grazie alla concentrazione sulla recitazione di un particolare mantra, o su un’immagine. A prima vista ciò può sembrare simile alla pratica del Buddismo di Nichiren Daishonin, ma in realtà la differenza fra le due è notevole. La pratica della recitazione di Nam-myoho-renge-kyo significa per noi esprimere e sperimentare la nostra innata Buddità e rilasciare la potente energia che essa contiene, piuttosto che calmare le nostre menti o sopprimere certe forme di pensiero. Inoltre, mentre è senz’altro vero che i nostri pensieri divengono più positivi come riflesso del fatto che stiamo recitando Daimoku, tale pratica promuove la nostra Buddità che, a sua volta, influenza in ogni aspetto la nostra esistenza, sia a livello fisico, sia mentale. Recitare Daimoku non è quindi tanto questione di “pensare positivo” o meditare sulle questioni ma piuttosto il conseguimento di un alto stato vitale che influenza naturalmente e positivamente i nostri pensieri".
Quando apri il Gohonzon, apri la parte migliore di te stesso.
Quando pratichi lì davanti, intensamente, puoi sentire il Buddha originale in tutta la sua presenza. Una presenza di indescrivibile amore e compassione, che ti ama così come sei,con tutte le tue ombre e le tue rabbie.....e che ti rammenta che Nichiren e tutti i Buddha e i Bodhisattva delle Dieci Direzioni conoscono il tuo cuore, e sanno ogni sforzo che fai. Allora, lì davanti al Gohonzon, recita daimoku col desiderio di ringraziare tutti i Buddha dell' Universo perchè sei vivo. E il solo fatto di esserlo e di avere davanti agli occhi il mandala scritto da Nichiren, è una fortuna senza nome, una cosa incredibile. Allora, tutto a un tratto, senti che i tuoi problemi, gli ostacoli e gli obiettivi sono meno importanti in fondo... E ringrazi Nichiren per avere scritto quel mandala per la tua felicità e per quella di tutta l' umanità. Allora vieni inondato di una gioia perfetta, assoluta, che ti fà desiderare di essere un canale, una porta aperta, che rende possibile la felicità di tutti, nessuno escluso. Quando avviene ciò, capisci che non c' è gioia più grande che sintonizzarsi su queste altissime frequenze; e la verità di quanto Nichiren scrisse:"Non c' è felicità più grande per gli esseri umani che recitare Nam myoho renge kyo"
Questo che ho postato sopra è una riflessione di un praticante buddhista da molti anni, che rappresenta ed esprime molto bene il senso che stà dietro al nostro tipo di pratica quotidiana. Nel concetto di Nichiren Daishonin, il monaco che fondò questa scuola, l' Illuminazione non è una condizione fissa, ma la si può arrivare a toccare ogni giorno e, col tempo, renderla sempre più permanente nelle nostre vite e dentro di noi. Lo stimolo per fare ciò è il Gohonzon, il mandala iscritto da Nichiren davanati al quale si pratica il Buddhismo. Il Gohonzon è uno specchio, lo specchio delle nostra vita il quale però ci rimanda indietro anche i riflessi delle funzioni più positive ed evolutive e, soprattutto, scopre la nostra parte Illuminata. Sempre. Anche quando non lo sappiamo o non lo sentiamo.
INFERNO: è la sofferenza sorda, costante e apparentemente senza via di uscita, tipica anche della depressione. Il genere di disperazione che si prova - ad esempio - dopo che si è stati lasciati dalla persona amata, o dopo che si apprende della morte di una persona a noi vicina.
AVIDITA': la brama che porta ad volere "sempre di più", senza mai essere soddisfatti. Non importa quale sia l' oggetto di questa brama: denaro, potere, affetti...qualunque altra cosa. Il concetto è che qui non c' è un limite all' accumulare.
ANIMALITA': è il mondo dell' istinto puro, non filtrato da ragionamento o controllo, quello dettato dai bisogni primari legati al corpo (fame, freddo, paura, ecc...) che può farci ritornare in un secondo alla nostra antica natura "selvaggia", dove il più forte ha la meglio sul più debole. O dove si cerca l' alleanza e la protezione del più forte "di turno".
COLLERA: qui è l' ego che si fà strada, c' è consapevolezza ma è profondamente individualista. Tutti gli altri e tutto il resto sono visti con diffidenza e antagonismo, quindi l' aggessività è la molla che scatta costantemente. Anche il senso di superiorità è esasperato e porta facilmente all' attacco per previcare nel competere.
UMANITA' (detta anche TRANQUILLITA'): è il primo dei dieci mondi più positivo e stabile, molto comune, che si manifesta frequentemente come intervallo dopo uno degli altri quattro appena descritti. E' il comportamento umano minimo "civile", calmo, lineare, tuttavia instabile e molto influenzabile dalle circostanze dell' habitat circostante.
PARADISO (anche ESTASI): tutti l' abbiamo sperimentato. E' la gioia intensa che si sente per avere soddisfatto un qualunque tipo di desiderio, materiale, fisico, psicologico o affettivo. Ad esempio: avere conquistato e stare assieme la persona che ci piaceva; oppure, essere riusciti ad acquistare quell' oggetto che ci attirava tanto... Come per il mondo di UMANITA', si tratta di un' estasi temporanea, suscettibile agli eventi esterni, o alla semplice natura umana che, dopo un po' che ha ottenuto qualcosa, si "abitua" e ritorna insoddisfatta, spostando il suo desiderio verso un obiettivo successivo.
Da questo punto in poi, i restanti quattro mondi, vengono definiti "nobili". In questi stati dell' essere c è la presa di consapevolezza della natura transitoria ed estremamente instabile dei precedenti "sei sentieri" inferiori, avvertendo uno spirito di ricerca per conoscere concezioni intellettuali/filosofiche/spirituali, che diano stabilità interiore. In questo quattro stati superiori, l' atteggiamento è intenzionale, a differenza delle reazioni istintive dei sei mondi inferiori. I primi due mondi nobili, STUDIO E ILLUMINAZIONE PARZIALE, sono anche definiti "i due veicoli". A livello interiore ed emotivo c' è una marcia in più, la stabilità è presente, l' intelletto è elaborato e profondo. Tuttavia l' inclinazione resta essenzialmente individualista e il senso di superiorità rispetto tutto quello che è "inferiore" blocca le possibilità evolutive.
STUDIO: condizione di ricerca della conoscenza essenzialmente intellettuale, attraverso l' insegnamento di qualcuno, o riferendosi a una determinata materia.
ILLUMINAZIONE PARZIALE: simile al precedente, con la differenza che siamo noi stessi a cercare la verità attraverso l' esperienza in prima persona, di solito dopo un notevole sforzo, che ci porta ad avere intuizioni fulminanti e risolutive su qualsiasi cosa. E' lo stato degli inventori e dei geni, che improvvisamente scoprono e "vedono" quanto prima non era conosciuto.
BODHISATTVA: è lo stato nobile dove l' altruismo è le stimolo portante. La ricerca di illuminazione, felicità e verità è condivisa con gli altri, che vengono messi in grado di fare altrettanto, oppure di fruirne. Lo stato di felicità e conoscenza non ha senso, per il bodhisattva, solamente per sè stessi, ma trova la sua piena ragione assieme al prossimo. Se c' è sofferenza negli altri, l' istinto ad aiutare e condividere caratterizzerà ogni azione e motivazione.
BUDDHITA': certamente ogni tentativo di descrizione è inadeguato per questo, che è lo stato vitale supremo e perfetto. Spesso è attraverso l' identità e l' operato del Bodhisattva che si esprime. Per il più elevato dei dieci mondi si può parlare di felicità assoluta, inimmaginabile nella sua bellezza, indipendente da qualsiasi causa esterna, per quanto negativa ed estrema, come la malattia e la morte. Non è che non esista la paura o la sofferenza, ma esse sono relative, diventano "secondarie", perchè si avverte costantemente di essere connessi alla "Verità Ultima" (nel buddhismo di Nichiren definita anche " la Legge"). Si è una cosa sola con essa, da vivi, nel corpo fisico. La vita stessa, anche nei suoi momenti e situazioni più semplici, è fonte di gioia. Lo stato di illuminazione è così elevato che non c' è un limite alla saggezza e alla compassione, alla comprensione. A differenza della visione illusoria e delle azioni dettate dagli altri nove mondi, qui niente è impossibile, e la libertà dai legami karmici è definitiva. E' la vetta raggiunta dal Buddha Shakyamuni, sotto l' albero della Bodhi, quando si illuminò.
Un ulteriore, interessante, aspetto è detto "il mutuo possesso dei dieci mondi". Le persone possono manifestare solo uno dei dieci mondi alla volta, mentre gli altre nove restano, per così dire, in uno stato di "latenza". Ma non significa che non esistano più, o siano diventati inerti: in ogni attimo resta il potenziale che qualunque di essi si manifesti e prenda il posto del precedente, come conseguenza di uno stimolo o causa esterna. Ogni singolo mondo, infatti, possiede in sè gli altri nove, come in una specie di "caleidoscopio", dove la parte contiene il "tutto". In ogni momento è possibile, sempre, il passaggio da una condizione all' altra e, quindi, di manifestare anche il decimo mondo, la Buddhità. Si può passare in ogni attimo anche dal mondo di Inferno a quello di Buddhità, perchè il mondo di Inferno lo contiene, e viceversa. Si può fare un esempio pratico. Marco stà dormendo. Suona la sveglia: deve andare al lavoro. Sente che ha una gran fame e consuma una consistente colazione (Animalità). Mentre si reca al lavoro sull' autobus, visto che il viaggio è lungo, continua la lettura di quell' interessantissimo libro di storia (Studio). Una volta in ufficio, a metà mattina, per il lavoro ha a che fare con quella nuova collega, poco simpatica e ambiziosa, che ronza attorno al capo e cerca di guadagnarsi priorità immeritate a livello di posizione. Ciò, come sempre, lo irrita fortemente (Collera). Durante la pausa pranzo, chiacchera con un collega che a lui piace e di cui si fida (Umanità), purtroppo - a un certo punto - gli comunica un brutta notizia: al lavoro hanno intenzione di ridurre il personale e avrebbe sentito involontariamente che i loro due nomi sono in "lista" come quelli non indispensabili. Questo gli rovina il pranzo e lo getta in un forte avvilimento (Inferno), come farà, nel caso? Con tutte le cose ancora da finire di pagare?...Il mutuo, la macchina....Esce dal lavoro pensieroso e triste. Mentre cammina per arrivare all' autobus, incontra un signore anziano che è appena accidentalmente caduto a terra.... E' seduto su un muretto, ma dolorante a un gamba e confuso, impaurito. Lo rassicura e tranquilizza e si offre per aiutarlo (Bodhisattva). Facendosi dare il telefono dei famigliari, li chiama dal suo cellulare perchè vengano a prenderlo. Cosa che avviene dopo 20 minuti. Prima di prendere l' autobus, mentre aspetta, si accorge del tramonto spettacolare e meraviglioso che si è via via dipinto nel cielo e lo guarda rapito... E' questione di un momento: il vento, le sensazioni, i pensieri, il respiro, le emozioni, il flusso delle cose... tutto combacia e si sincronizza in un modo irrazionale, ma bellissimo, e si sente inondato di felicità travolgente, di senso di unione con "tutto" (Buddhità). Per un momento, tutti i pensieri e i problemi, scompaiono e sente che non c' è nulla da temere, si sente forte e libero. Arrivato a casa, tra la posta nella buchetta, scorge una busta che attira la sua attenzione. E' una lettera di un cugino che abita lontano e vede poco. Poco tempo prima l' aveva avvisato della morte del loro vecchio zio, ed era andato al funerale. Legge la lettera e si ritrova di colpo al settimo cielo (Paradiso): lo zio ha lasciato a entrambi, nel testamento, una insospettata, consistente, entità di denaro... Dopo cena, siccome è buddhista, apre il butsudan e davanti al Gohonzon prega per esprimere gratitudine, poi recita Nam myoho renge kyo. Forse non lo avverte consapevolmente e nel modo in cui l' ha provato prima, contemplando il tramonto (anche se si sente molto bene e prova felicità), ma si trova di nuovo nel mondo di Buddhità. E il Gohonzon, assieme alla pratica della recitazione di Nam myoho renge kyo, sono la causa esterna "volontaria" per far emergere, in ogni momento, la Buddhità. Il Buddhismo spiega che i dieci mondi, nel loro alternarsi, non spariscono dalla vita delle persone, ma attraverso la pratica buddhista iniziano gradualmente a muoversi in maniera diversa e in funzione di quello di Buddhità, che diventerà via via sempre più centrale e manifesto. I mondi che fanno parte delle tendenze vitali di base, la "natura innata", anche fossero quelli di Inferno, di Animalità o Collera, si trasformeranno gradualmente sempre nella loro versione più positiva, tesa alla felicità e alla realizzazione.
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Le verità degli archeologi e la Verità della Bibbia
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La ricostruzione archeologica di società ed eventi particolarmente remoti è sempre un affare spinoso. Ma gli studi sulla storicità degli avvenimenti narrati nel Vecchio Testamento sono un vero campo minato, dove le diverse posizioni religiose o ideologiche pesano in misura determinante, a fronte di una carenza quasi assoluta di documenti scritti precedenti all'epoca di Salomone (intorno al 1000 a.C.). L'archeologica biblica indaga soggetti che stanno alla base dell'intera cultura occidentale e se alcune delle vicende narrate nel Libro sacro sono state confermate dalla scienza, per altre non ci sono, e forse non ci saranno mai, prove certe e indiscutibili.
Molti studiosi ritengono che la Bibbia, pur basandosi in parte su fatti realmente accaduti, ne distorca lo svolgimento, aggiungendo personaggi e situazioni di fantasia. Quasi tutti concordano sulla veridicità del racconto biblico della storia del popolo di Israele a partire dall'epoca di Davide in poi, dato che esistono altre fonti a corroborare gli eventi. Ma tutto il periodo precedente è oggetto di acerrime diatribe, che vedono gli esperti schierati su fronti contrapposti e spesso impossibili da conciliare. Tralasciando il problema della Creazione, che vede ancor oggi, specialmente negli Usa, potenti gruppi creazionisti combattere l'insegnamento dell'evoluzione nelle scuole di ogni ordine e grado, tutta la parte della Bibbia che riguarda i patriarchi, l'Esodo e la conquista della Palestina rimane in un limbo scientifico.
Gli archeologi biblici si dividono tra massimalisti, per i quali la Bibbia è una vera e propria guida per la ricerca archeologica, e minimalisti, che la considerano come un testo religioso privo di alcuna oggettività. In mezzo ai due schieramenti esiste una fascia piuttosto ampia di moderati che escludono le interpretazioni letterali ma accettano una generica base storica del Libro sacro.
Uno dei periodi più dibattuti è quello dell'Esodo, del quale non c'è notizia nelle cronache egiziane del tempo, malgrado l'eccezionalità degli eventi provocati dalle piaghe d'Egitto. Le vicende della conquista della Palestina da parte di Giosuè sarebbero invece completamente smentite dai reperti archeologici: gli scavi effettuati a Gerico non hanno trovato traccia della sua distruzione nell'epoca indicata. Le prove certe della storicità della Bibbia, almeno per adesso, sono davvero rare. Un rilievo murario di Luxor rappresenta gli antichi israeliti ed è stato utilizzato assieme ad altri reperti per provare che una popolazione con questo nome esisteva effettivamente più di tremila anni fa.
Un'iscrizione trovata nel nord di Israele parla di "Casa di Davide" e di "Re di Israele", mentre altri reperti dimostrano l'estrema antichità del Libro dei Numeri e forse l'effettiva esistenza del profeta Geremia. In più, la scoperta a nord della striscia di Gaza di una figurina di bronzo argentato che rappresenta un vitello è stata collegata al Vitello d'Oro citato nell'Esodo. Ritrovamenti utili, ma certo insufficienti. La speranza degli studiosi è di scoprire, prima o poi, un archivio di documenti ufficiali precedente al 1000 a.C., simile a quelli trovati per molte delle civiltà dello stesso periodo e della stessa area. C'è anche chi pensa di averne identificato la collocazione: Hazor, nella Galilea settentrionale, un sito talmente ampio che ci vorranno anni ed anni per completarne lo scavo. La scoperta decisiva, insomma, è ancora lontana. (c.d.g.)
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Bibbia e ateismo
Nella Bibbia l'esistenza di Dio non viene dimostrata ma presupposta, non ci sono tentativi di dimostrare la sua realtà, poiché nell'ambito biblico lo scetticismo filosofico appartiene ad una fase del pensiero generalmente posteriore a quella coperta dai libri biblici. Solo nel Qohelet o Ecclesiaste e nei salmi 14, 53 e 94, troviamo tracce di una qualche tendenza pessimista che può far pensare, da molto lontano, all'ateismo moderno. Le controversie dei profeti anteriori non trattano mai del problema dell'esistenza o non esistenza di Dio, ma le loro polemiche sono dirette a provare che Israele, in ogni tempo disponibile ad accettare e adorare questo o quel dio, è sotto l'obbligo di adorare il Signore e nessun altro. Si disputa del modo in cui si debba adorarlo, ma non della sua natura.
Filosofia della religione Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. Vai a: Navigazione, cerca La filosofia della religione è quella branca della filosofia che riflette sul significato della religione per l'essere umano. In senso più ampio, essa studia la storia e l'approccio logico che si ha con le religioni, sia dal punto di vista soggettivo sia dal punto di vista sociale e quindi collettivo.
La filosofia della religione cerca di pervenire al fenomeno religioso con i metodi della comprensione e dell'interpretazione filosofica. In questo modo essa si differenzia dalla fenomenologia della religione, dalla psicologia della religione e dalla sociologia della religione, solitamente esaminate nel contesto degli studi religiosi; differisce pure dalla teologia, per quanto ci siano delle sovrapposizioni nella teologia fondamentale.
La filosofia della religione può essere praticata in senso ampio, in quanto è interessata alle questioni religiose in se stesse e cerca di gestire intellettualmente tali questioni organizzandole in modo sistematico. Essa si può pure interessare ad ambiti tematici specifici, sviluppando ad esempio la filosofia della religione ebraica, cristiana o islamica.
La disciplina studia i fondamenti morali ed etici di ogni credo religioso e ne configura il limite nell'approccio fideistico, ossia nel credere senza ragionare.
Il grande dilemma dello studio filosofico delle religioni sta proprio nella dicotomia fede/ragione e nel cercare di stabilire (se esiste) il confine tra l'una e l'altra.
Ogni grande religione, rivelata e non, ha origine dall'esigenza tutta umana di risposta alle grandi questioni e domande dell'esistenza come: chi siamo?, cosa siamo? da dove veniamo?, dove andiamo?, è infinito il tempo?, esiste Dio? Lo studio razionale delle risposte che ogni fede religiosa propone alle precedenti domande fornisce supporto argomentativo a chi si accinga a studiare criticamente e logicamente la filosofia della religione.
Filosofia cattolica [modifica] Il problema della fede insieme alla ragione per quanto riguarda per esempio il cristianesimo è posto da Gesù stesso durante la sua predicazione: egli spesso mette a dura prova i suoi interlocutori ad agire secondo la fede e non soltanto secondo la razionalità del momento. Un esempio si ha in Lc 7 (cfr. Gv 8, Mt 9): di fronte al fermo proposito legalistico dei giudei di lapidare la meretrice, Gesù asserisce: Chi è senza peccato scagli la prima pietra. Gesù fa in modo che scaturisca il confronto tra l'applicazione integrale di una regola, una norma civile frutto di un'elaborazione razionale della realtà, ad un atto di misericordia, il perdono, che esula dal contesto logico se non in un'ottica escatologica.
L'obiettivo del messaggio di Gesù Cristo è la proposta di non limitarsi alla visione materialista e razionale del momento storico, normato da leggi di uomini, ma vedere il mondo con una visione globale di ricerca della salvezza nel cammino della verità con l'unica legge dell'amore. Lui stesso dice Io sono La Via La Vita e La Verità, riconoscendo a se stesso (una persona concreta) attributi propri della ragione (un'entità astratta). Nel suo messaggio, quindi, c'è già la verità che la ragione vuole ottenere; ma questa si ottiene solo sulla sua via, l'unica che possa dare la verità. Al di fuori della sua persona, definita appunto via, verità, vita, la ragione non potrà che discostarsi dalla verità effettiva: e, nelle sue peregrinazioni, troverà solo delle verità contingenti, ossia inevitabilmente false, perché prive del carattere di necessarietà.
Del rapporto tra fede e ragione in ambito cristiano si sono occupati, fra gli altri, i padri della chiesa (Sant'Agostino), la teologia scolastica (San Tommaso d'Aquino), fino a papa Giovanni Paolo II, che al tema ha dedicato un'intera enciclica (Fides et Ratio, 1998). Non mancano interventi sul versante laico: in particolare ricordiamo Kant (Critica della ragion pura, nell'ambito della Dialettica trascendentale), Kierkegaard, Emerson e Nietzsche.
Testi consigliati [modifica] Jean-Marc Rouvière, Brèves méditations sur la création du monde, Ed. L'Harmattan, Paris 2006.
Marco Ravera, Introduzione alla filosofia della religione, Utet, Torino 1995.
Argomentazioni contro l'esistenza di Dio [modifica] Ciascuno dei seguenti argomenti mira a mostrare che alcune particolari concezioni di un dio sono inerentemente prive di significato, contradditorie, o contraddicono fatti scientifici o storici noti, e che quindi un dio così descritto non esiste.
Argomentazioni empiriche [modifica] Le argomentazioni empiriche si basano su dati empirici per dimostrare le proprie conclusioni.
"Nella cornice del razionalismo scientifico uno giunge al credo nella non-esistenza di Dio, non a causa di una certa conoscenza, ma per via di una scala decresente di metodi. Ad un estremo, possiamo respingere con fiducia gli dei personali dei creazionisti su solide basi empiriche: la scienza basta a concludere oltre ogni ragionevole dubbio che non c'è mai stata un'alluvione planetaria e che la sequenza evoluzionistica del cosmo non segue nessuna delle due versioni della Genesi. Comunque, più ci spostiamo verso un Dio deistico e definito incoerentemente, più il razionalismo scientifico fruga nella sua cassetta degli atrezzi e si sposta dalla scienza empirica alla filosofia logica informata dalla scienza. In ultima analisi, gli argomenti più convincenti contro un Dio deistico sono il detto di Hume e il rasoio di Occam. Questi sono argomenti filosofici, ma costituiscono anche le fondamenta di tutta la scienza, e non possono quindi essere scartate come non-scientifici. La ragione per cui riponiamo la nostra fiducia in questi due principi è perché la loro applicazione nelle scienze empiriche ha portato a spettacolari successi nel corso degli ultimi tre secoli." [6] L'argomentazione delle rivelazioni inconsistenti contesta l'esistenza della divinità biblica mediorientale chiamata Dio come viene descritta nelle sacre scritture, come la Tanakh ebraica, la Bibbia cristiana o il Corano musulmano, identificando le contraddizioni tra le differenti scritture, quelle all'interno di una singola scrittura, o le contraddizioni tra le scritture e i fatti noti. Il problema del male (o teodicea) in generale, e le argomentazioni logiche e evidenziali del male in particolare, contestano l'esistenza di un dio che sia contemporaneamente onnipotente e omnibenevolo, sostenendo che un tale dio non permetterebbe l'esistenza del male o della sofferenza percepibili, le quali si può facilmente dimostrare che esistono. Tale argomento viene anche detto argomento morale: se Dio esistesse sarebbe non-morale dal punto di vista della comprensione umana, quindi inutile come riferimento. L'argomento non verte strettamente sull'esistenza di qualsiasi divinità, perciò viene sostenuto anche da teisti e altri gruppi oltre che da atei.Inoltre, essendo Dio infinito per sua stessa natura dovrebbe contenere in sé il male, principio che cozza contro un dogma cattolico che dichiara che da Dio procede solo il bene senza la minima presenza di male in esso. L'argomentazione del disegno insufficiente contesta l'idea che un dio abbia creato la vita, sulla base del fatto che le forme di vita mostrano una progettazione scarsa o malevola, che può essere spiegato facilmente usando l'evoluzione o il naturalismo. L'argomentazione della non credenza contesta l'esistenza di un dio onnipotente che vuole che gli esseri umani credano in lui, sostenendo che un tale dio farebbe un lavoro migliore per raccogliere i credenti. Questa argomentazione viene contestata dall'affermazione che Dio vuole mettere alla prova gli uomini per vedere chi ha più fede. Ad ogni modo, questa asserzione viene respinta dalle argomentazioni relative al problema del male.
Le argomentazioni deduttive cercano di dimostrare le loro conclusioni con il ragionamento deduttivo a partire da premesse vere.
Il paradosso dell'onnipotenza e gli altri paradossi teologici, sono una delle molte argomentazioni che sostengono che le definizioni o descrizioni di un Dio sono logicamente contraddittorie, e dimostrano così la sua non esistenza. L'argomentazione del libero arbitrio contesta l'esistenza di un dio onnisciente dotato di libero arbitrio sostenendo che le due proprietà sono contraddittorie. L'Argomentazione trascendentale della non esistenza di Dio contesta l'esistenza di un creatore intelligente, dimostrando che un tale essere renderebbe dipendenti logica e morale, il che è incompatibile con l'affermazione presupposizionalista che esse sono necessarie, e contraddice l'efficacia della scienza. Una linea di argomentazione più generale basata sull'argomentazione trascendentale della non esistenza di Dio, [7], cerca di generalizzare questa argomentazione a tutte le caratteristiche necessarie dell'universo e a tutti i concetti di dio. La controargomentazione dell'argomentazione cosmologica ("l'uovo o la gallina") dichiara che se l'universo è stato creato da Dio perché doveva avere un creatore, allora Dio a sua volta avrebbe dovuto essere stato creato da un altro dio, e così via. Questo attacca la premessa che l'universo sia la "causa seconda" (dopo Dio, che si sostiene essere la "causa prima"). Una risposta comune a questo è che Dio esiste al di fuori del tempo e dell'universo [8], e quindi non necessita di una causa. Questa concezione genrea alcuni problemi logici: in primo luogo cozza contro la natura infinita di Dio, non può esistere un "altrove" a un Dio che tutto permea e organizza. in secondo luogo, tale affermazione ricondurrebbe al rasoio di Occam facendo coincidere il caso con quello del primo argomento empirico: il modello logico causale non sarebbe più vantaggioso poiché dipende da un elemento senza causa, elemento che quindi è in più rispetto al necessario. Il non-cognitivismo teologico, come usato in letteratura, cerca solitamente di confutare il concetto di dio mostrando che esso è inverificabile e senza significato.
Argomentazioni induttive [modifica] Le argomentazioni induttive sostengono le loro conclusioni tramite il ragionamento induttivo.
L'argomentazione atea-esistenzialista della non esistenza di un essere senziente perfetto, sostiene che poiché l'esistenza precede l'essenza, ne consegue dal significato del termine senziente che un essere senziente non può essere completo o perfetto. La questione viene affrontata da Jean-Paul Sartre in L'essere e il nulla. Secondo Sartre Dio sarebbe pour-soi [un essere per se; un essere cosciente] che è anche en-soi [un essere in se; una cosa]: il che è una contraddizione in termini. L'argomentazione viene rieccheggiata nel romanzo di Salman Rushdie, Grimus: "Ciò che è completo è anche morto." L'argomentazione del "nessun motivo" cerca di mostrare che un essere onnipotente o perfetto non avrebbe alcuna ragione di agire in alcun modo, in particolare creando l'universo, perché non avrebbe desideri, in quanto il concetto stesso di desiderio è soggettivamente umano. Siccome l'universo esiste, c'è una contraddizione, e quindi, un dio onnipotente non può esistere. Questa argomentazione viene sposata da Scott Adams nel libro God's Debris.
Conclusioni [modifica] Per approfondire, vedi le voci Teismo, Ateismo e Agnosticismo.
Le conclusioni sull'esistenza di Dio possono essere approssimativamente divise in due campi: teiste e atee. Entrambi i campi possono essere a loro volta divisi in due gruppi ognuno, basati sul convincimento che la propria posizione sia o meno dimostrata definitivamente dalle argomentazioni.
per l'ateismo non esistono ragioni sufficienti o necessarie per affermare l'esistenza di Dio; oppure, l'esistenza di Dio è un impossibile dal punto di vista logico. per l'agnosticismo non si hanno o non è possibile avere una risposta assoluta al problema dell'esistenza di Dio. per il teismo, esistono ragioni sufficienti per credere nell'esistenza di Dio o delle divinità. June 08
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